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domenica 6 marzo 2022

UNA BORGATA SOMMERSA E UNA DIGA

 "C'era una volta ..." Sì, stavolta è proprio il caso di iniziare così l'articolo, perchè c'era una volta, fin dal XIV secolo, una borgata incastonata tra i monti, col suo bravo torrentello, la chiesa, il cimitero, il forno, la fontana, le casette in pietra e legno, i fienili e le stalle. Ancora oggi ce ne sono molte di borgate così, ma questa non c'è più. Un lago l'ha sommersa, ormai molti anni fa.

I ruderi del campanile della borgata sommersa

Ci troviamo in Valle Varaita, a Pontechianale, luogo conosciutissimo di villeggiatura estiva e invernale, dove si trova appunto la diga che, nel 1942, ha sommerso la Borgata Chiesa, una delle frazioni che componevano il comune.

Partiamo dall'inizio. Attualmente, arrivando a Pontechianale, la prima frazione che si incontra è Castello, piccolina e raccolta: si passa davanti alla chiesetta e, subito dopo, la vista si apre sul lago, su quegli 11 milioni d'acqua trattenuti da una diga alta 70 metri. Già qui si può fermare l'auto, ammirare il panorama, passare anche sopra la diga e oltrepassare il lago, andando verso i boschi e scoprendo una passeggiata che, in un'oretta, lo costeggia tutto, fino al centro del paese per poi tornare a Castello.

Il lago visto da oltre la diga, verso il bosco

Ma, come dicevamo prima, dove ora c'è il lago, una volta c'era una borgata. E qui bisogna partire con la fantasia, provare a immaginare come fosse il luogo prima degli anni 40, quando non c'era ancora l'acqua, ma c'erano le case, c'erano le persone che lavoravano, che chiacchieravano, le donne che magari filavano al sole sull'uscio di casa, vestite con i loro abiti tradizionali, e la vita scorreva tranquilla.

In realtà tutta la zona era interessante: una leggenda parlava addirittura di un tesoro sepolto, ed esisteva una caverna abitata da pipistrelli.

Altri ruderi che emergono dal lago con la siccità

Un bel giorno però si decide di costruire una diga e il paese viene smantellato: niente più vita tranquilla vicino al torrente Varaita, niente più fontana, niente più chiesa, niente più mulino, niente di niente. Cosa rimane di tutto questo? La ghiera del portale della chiesa, in marmo bianco con capitelli scolpiti raffiguranti teste umane e animalesche, è stata "montata" sull'attuale chiesa di S. Pietro in Vincoli nel centro di Pontechianale. E anche l'intitolazione della chiesa è la stessa di quella della borgata sommersa.

Il porta della chiesa di S. Pietro a Pontechianale

Rimangono fotografie che si possono trovare online e, di recente, anche su molti pannelli posizionati lungo tutto il percorso del lago; sono un documento importantissimo, proprio per capire com'era fatto il borgo (su uno dei pannelli c'è anche la cartina), per capire cosa rimane degli edifici durante i vari decenni. C'è anche un bel libro che parla di tutto ciò: si intitola "La vallata sommersa", scritto da Paolo Infossi.

E poi c'è la siccità, che è una brutta bestia, lo sappiamo, ma che ha permesso, in particolar modo in questo periodo, di portare alla luce o, come piace dire a me, di far respirare, i ruderi della frazione. Già alcuni anni fa, in autunno, ero andata a vedere quel che rimaneva, ed ero rimasta impressionata dalle volte in pietra degli edifici, perchè sembravano (e sembrano ancora oggi) occhi emersi dal passato per scrutare i giorni nostri. Quest'anno, però, la siccità è ancora maggiore, il livello dell'acqua è sceso tantissimo, e ha fatto emergere persino quel che resta del campanile della chiesa, che non avevo mai visto in vita mia, se non in foto. 

Gli "occhi" di Borgata Chiesa

Se vi trovate in zona e decidete di "scendere nel lago" fermatevi e guardate queste pietre, questi "occhi", pensate che tutto ciò di solito è sommerso, pensate per un attimo alle persone che hanno abitato qui, a come poteva essere la loro vita quotidiana. Non è una cosa che capita tutti i giorni, fotografate quello che potete, per documentare il più possibile e non perdere la memoria di chi è vissuto prima di noi.


domenica 7 febbraio 2021

BUSCA

Qualche tempo fa un mio contatto sui social, sapendo del mio blog, mi ha chiesto se ero già stata a Busca. Ho dovuto ammettere di esserci passata diverse volte, per andare altrove, ma di non essermici mai soffermata. Lui mi ha risposto: "Ah beh, tanto c'è ben poco da vedere". Tutti fermi, se qualcuno mi dice così vengo immediatamente stimolata ad approfondire il discorso, convinta come sono del fatto che ogni paese, piccolo o grande, abbia attrazioni interessanti da vedere. Ho quindi colto l'occasione di un lavoro in zona per fermarmi, durante le pause, in paese, e nelle frazioni, per andare alla scoperta di qualcosa da raccontarvi. E di cose ne ho trovate eccome, non le ho neanche viste tutte, altrochè "non c'è niente da vedere".


Porta Santa Maria

Partiamo dall'inizio. Busca si trova non lontano da Cuneo e da altre cittadine di cui vi ho già parlato, come Dronero e Caraglio. E' molto conosciuta per il castello del Roccolo (che, mannaggia a me, non ho ancora visto; ho scoperto però che, in zona, almeno fino al 1979 esisteva  addirittura la fabbrica dell'acqua del Roccolo, online si trovano le etichette storiche) ma anche il centro storico merita una visita, così come alcune frazioni. L'origine del nome è incerta ma il significato è quello di boschetto, zona coperta da cespugli. In effetti il paese è riparato da una collina morenica ed è nato, secondo una leggenda, dopo l'incendio del villaggio di Antilia, situato in zona San Martino. E Antilia è anche una delle maschere carnevalesche locali.  Purtroppo, come sempre, non posso raccontarvi tutta la storia, altrimenti dovrei fare un articolo solo su questo. Vi lascio però il link al sito del comune, dove, se vorrete, potrete approfondire il discorso.

Per la visita vi consiglio di parcheggiare in Piazza Santa Maria. Da lì potrete, attraverso la porta omonima (eretta tra il XV e il XVI secolo; sulla volta dell'arco si intravedono affreschi che potrebbero essere dei Biazaci), entrare direttamente nel centro storico, che conserva l'impianto urbanistico medievale.

Il primo edificio da visitare è sicuramente la chiesa parrocchiale Maria Vergine Assunta, costruzione settecentesca di  Francesco Gallo; è stata eretta su una precedente chiesa del Trecento, di cui rimane il campanile, che però è stato rimaneggiato successivamente. Particolare la balaustra, in alabastro locale (sulle colline buschesi esistono infatti delle cave, devo informarmi bene, mi piacerebbe molto vederle).

La Parrocchiale

Non lontano dalla parrocchiale vi è la confraternita della SS. Annunziata, chiesa molto antica, rifatta in epoche successive, fino ad arrivare all'attuale forma settecentesca, opera anche questa di Francesco Gallo. Ho trovato molto particolare il fatto che, in un giorno in settimana, quando ci sono stata io, in orario di pranzo, entrambe le chiese fossero aperte alla visita, purtroppo capita sempre meno.

Procedendo verso il centro si arriva in quella che era la Via Maestra, ora Via Umberto I, arricchita da portici. Da qui in poi vi consiglio di girare liberamente senza una meta precisa, e non passate soltanto sotto i portici, uscitene anche fuori, in modo da osservare i vari palazzi, con scritte antiche, decorazioni sui timpani, portoni con batacchi originali eccetera.

I portici

L'edificio principale di Via Umberto I è sicuramente la Confraternita della SS. Trinità, detta anche "Rossa". Questa purtroppo l'ho trovata chiusa; è stata costruita nel 1652 sulle rovine del castello inferiore e lì accanto sorgeva il primo ospedale della città. La torre rossa è il simbolo di Busca.

La torre simbolo di Busca

In una via laterale trovate poi il Teatro  Civico, costruito all'interno di quella che era la Confratria di San Antonino, nella parte più antica del centro storico fortificato.

Proseguendo davanti al Teatro, in via Rinaudo, arriverete all'edificio del Comune, Palazzo San Martino, costruito nella seconda metà del Settecento. Molto particolare la Torre, di fine Ottocento, in cotto e in stile neo-gotico romantico.

La torre neogotica del comune

Poco al di fuori del centro storico, dietro l'hospice, al fondo di Viale Strasburgo si trova poi Villa Elisa, attualmente utilizzata per eventi musicali (qui il link). Al di fuori di questi eventi non è visitabile ma è comunque interessante fare due passi all'esterno; con un po' di fortuna (che stranamente ho avuto), potrete anche vedere scoiattoli che passeggiano sul muro di cinta del parco. La villa nasce come convento, con annessa chiesa; con la soppressione degli ordini religiosi, nel 1802, diventa proprietà del Conte Caissotto di Chiusano, podestà di  Cuneo (in questo periodo un'ala della villa fu adibita a Loggia Massonica). La chiesa viene poi distrutta e attualmente è possibile ancora vedere il campanile, ristrutturato e trasformato in torre gentilizia. Dal 1913 appartiene alla famiglia Bafile.

La torre gentilizia di Villa Elisa

Dopo questa bella passeggiata nel centro storico e dintorni si può fare una sosta nel Giardino dell'Infinito, in Piazza Dante (non lontano da Piazza Santa Maria, che vi ho nominato prima). E' un luogo che merita veramente la visita, pieno di piante, erbe aromatiche, percorsi accessibili a tutti. E il bello è che ogni pianta ha il suo bel cartellino con il nome, in modo da imparare anche a riconoscere fiori, frutti, foglie. C'è anche un piccolo laghetto con i pesci.

Il giardino dell'infinito

Terminata la pausa si può riprendere l'auto e raggiungere almeno tre luoghi che ho trovato molto interessanti:

La chiesa di S. Martino, sulla strada che, uscendo da Busca, va verso Saluzzo, sulla sinistra. E' collocata su un bel poggio panoramico, circondato da vigneti. E' stata costruita anche con materiali di recupero romani prima del Mille, possiede una delle facciate più antiche della provincia di Cuneo: il portale e la bifora infatti richiamano addirittura forme bizantineggianti. Anche questa era chiusa, ma cercando online, ho trovato un sito su cui ci sono diversi video che raccontano questa e altre antiche chiese locali.

La chiesa di S. Martino

La Torre in frazione Attissano. E' molto particolare in quanto è una torre medievale con sopra un campanile più moderno. Costruita con pietre di fiume era una torre di avvistamento e di controllo militare quando il centro della cittadina come la conosciamo adesso non c'era ancora e l'unica zona abitata era quella del Roccolo, dove sorgeva una fortificazione.

La torre di Attissano

Il ponte dell'acquedotto. Lo trovate sulla strada che va verso Dronero, a destra. E' settecentesco, viene chiamato anche "ponte romano" o "ponte stretto" e, se uno è in zona, vale sicuramente una piccola tappa. E' pedonale e ancora oggi, se ci camminate sopra, sentirete l'acqua scorrere sotto i vostri piedi.

Il ponte dell'acquedotto

Ora, questo è quanto ho visitato io; una tappa che in futuro vorrei aggiungere è il Parco Francotto, sulla strada che porta all'Eremo, dove si trovano anche i ruderi del Castellaccio (in epoca romana vi era già una torre e poi un castello dalla metà del XII secolo). Non lontano c'è anche la chiesa di S. Stefano, anche questa antichissima, sorta alle origini  del cristianesimo locale, cioè tra i secoli VI e X.

Visto che da vedere c'era molto? E molto altro ci sarà ancora, magari in futuro mi fermerò altre volte e andrò alla scoperta di quanto non ancora visto.

mercoledì 22 gennaio 2020

LA STORICA COLLINA DI REVELLO

Revello è un paese conosciuto soprattutto per l'abbazia di Staffarda (di cui vi ho parlato qui) e per la Cappella Marchionale eppure, se vi fermate in piazza e guardate in alto, verso la collina, vedrete che ci sono diversi edifici, chiesette, mura storiche e di sicuro vi verrà voglia di saperne qualcosa di più. 

panorama di Revello dall'alto

Io oggi vi accompagnerò proprio in una bella passeggiata in collina. Come ormai saprete non amo camminare, ma quando alla natura si aggiungono arte e storia il discorso cambia. Si perchè la collina di Revello, alle pendici del Montebracco, non è solo natura ma è parte fondamentale della storia del paese. 
Questa passeggiata si può fare tutto l'anno, ogni stagione ha qualcosa di interessante da mostrare, io consiglio un pomeriggio quando le giornate sono un po' lunghe, così si riesce a fare tutto con calma e a fermarsi a ogni tappa, magari non in piena estate, in quanto il versante è esposto a sud e quindi veramente molto caldo.

Sentiero fiorito

Le foto che vi mostrerò non sono tutte recenti, anzi, molte sono dell'epoca "pre-social-internet", quindi mi perdonerete se non sono fatte proprio alla perfezione e, soprattutto, non sono state fatte tutte lo stesso giorno, quindi passerete dalla primavera all'autunno ecc.

Fermiamoci ancora un attimo in piazza e volgiamo lo sguardo verso l'alto per avere una panoramica generale: da destra verso sinistra vedrete il Bramafam (all'estremità della collina), poi il pianoro su cui sorge la chiesa di S. Biagio, il cocuzzolo dove sorgeva il castello, più in basso il campanile simbolo del paese; continuando verso sinistra la piccola chiesetta neogotica di S. Sofia, il campanile di S. Michele e la croce che segna il punto più alto del paese (anche se spesso è poco visibile). Vicino al campanile di S. Michele c'è anche la chiesa di S. Leonardo ma dal basso non si vede.


Il campanile

La passeggiata parte dal centro di Revello, dietro l'antica tettoia del mercato coperto (risalente al 1400). Il sentiero sale subito con le mura fortificate alla vostra sinistra e troverete già affreschi su dei muri, case antiche e il bivio con l'arco della Madonnina (che vi fa arrivare alla Collegiata, ma per ora non ci serve, dobbiamo continuare a salire; vi consiglio questo tratto al ritorno). In breve si arriva al piazzale del campanile, dove una volta sorgeva la chiesa di S. Maria la Canonica. 
Da qua il panorama è veramente spettacolare, su tutto il paese e anche verso la pianura saluzzese e oltre.
Il piazzale offre un'ottima vista sul forte del Bramafam, costruzione difensiva del castello; purtroppo non è visitabile perchè situato nella proprietà del famoso architetto paesaggista Paolo Pejrone.

Il forte del Bramafam

Il sentiero inizia a salire in modo deciso tra le mura fino ad arrivare a uno slargo, davanti a voi una scala sale vicino alle fortificazioni (ogni tanto buttate uno sguardo dalle feritoie, per scoprire un nuovo punto di vista e capire magari come mai quel "buco" sia stato costruito proprio in quel punto), a sinistra trovate lo spiazzo dove sorgeva il rivellino, altra costruzione difensiva, ora distrutta; al suo posto oggi c'è un vigneto. 
Lì in fondo sorgeva il rivellino

La scala serve come scorciatoia per andare alla chiesa di S. Biagio, cui si arriva in breve, passando in un bosco di castagni. 

La chiesa di S. Biagio

La zona di S. Biagio era abitata già al tempo dei romani, come testimonia una lapide funeraria riscoperta in passato e conservata nella chiesa.
Nella chiesa vi è un affresco del XVI secolo, raffigurante la Madonna con Bambino, con ai lati i Santi Biagio e Grato. 

L'interno della chiesa di S. Biagio

Tornando indietro sul sentiero si continua a salire fino ad arrivare all'incrocio con una strada asfaltata che sale dalla frazione Dietro Castello. Qui trovate, sulla destra, il sentiero per salire ai ruderi del castello, distrutto nel 1642 durante la guerra tra principisti e madamisti. La zona è proprietà privata ma di libero accesso, anche se i ruderi sono quasi sempre talmente tanto coperti dalla vegetazione da essere quasi irriconoscibili. 

La lapide e i ruderi

Anche la lapide posta sopra un piccolo e buio locale chiuso da una grata, è quasi illeggibile, ed è un gran peccato, il tutto sarebbe da valorizzare, anche perchè il castello era uno dei più importanti del Marchesato di Saluzzo, teatro di molte vicende storiche, a partire dal 1075, data in cui il castello viene citato per la prima volta. Vi lascio una foto di quando la zona era stata ripulita e i ruderi si vedevano bene.


I ruderi del castello

Ritornati sul sentiero si continua a salire fino ad arrivare nei pressi della chiesa di S. Sofia, piccola costruzione neogotica, restaurata e curata dal Gruppo ANA di Revello. Qui ci sono anche delle panche e una fontana, nonchè i ruderi di un'abitazione.

La chiesa di S. Sofia

L'interno della chiesa di S. Sofia

Salendo ancora si trova il campanile di S. Michele che una volta era affrescato e poco dopo una stradina sulla sinistra che vi porta alla chiesetta di S. Leonardo, caratteristica perchè costruita sotto la roccia. La costruzione è divisa in due ambienti, uno del XIII secolo e uno più recente del XVI. 
Su una parete esterna vi è la lapide che ricorda le gesta di Carlo Emanuele I, durante l'assedio di Revello, nel 1588. Uno dei due ambienti veniva anche usato, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, come riparo per i "vachè", i ragazzini addetti al pascolo delle mucche.
Lì vicino c'è anche una parete di arrampicata.

Il campanile di S. Michele

La chiesa di  S. Leonardo

L'interno della chiesa di S. Leonardo

Tornati sul sentiero principale si continua a salire fino a raggiungere i ruderi di un complesso di abitazioni (detto di S. Michele) che fino alla fine dell'Ottocento era abitato tutto l'anno da un centinaio di famiglie (le ultime hanno lasciato il luogo nel secondo dopoguerra), ed era autonomo in tutte le esigenze primarie (anche vista la lontananza dal centro del paese). Su un muro si intravede ancora un affresco.


I ruderi del complesso di S. Michele con l'affresco

Non lontano si trova il bivio che a destra porta alla chiesetta di S. Bernardo, ma è una deviazione che non ho mai fatto, la chiesetta si intravede ma mi è stato detto che il percorso non è brevissimo.

Il bivio per la chiesa di S. Bernardo

Sempre in zona trovate, tra gli alberi, la croce di Revello, il punto più alto del paese, a 756 metri di altitudine (il centro di Revello è a 356).

La croce di Revello

Si può tornare indietro, ammirando anche i vari scorci sulla pianura e pensando che una volta questi luoghi erano abitati e frequentati costantemente e abitualmente. La stessa chiesetta di S. Leonardo era attiva tutto l'anno, ora invece viene aperta durante la festa del luogo, a novembre. Così come la chiesa di S. Sofia è aperta una sola volta, in autunno (a meno di avere la fortuna che avevo avuto io anni fa, cioè quella di trovare i volontari che stavano ripulendo la zona e che avevano aperto anche la chiesa, in tutt'altro periodo dell'anno). S. Biagio invece è aperta nel periodo della prima domenica di febbraio, per la festa patronale.

Lungo i sentieri troverete la cartellonistica sia con le indicazioni e le tempistiche, sia quella esplicativa dei vari luoghi.

mercoledì 13 novembre 2019

CARAGLIO: Filatoio, Panchina Gigante e Ruderi del castello

Caraglio, paese all'imbocco della Valle Grana (conosciuta principalmente per il santuario di Castelmagno), è famoso per il Filatoio. Ed è proprio qui che vi voglio portare oggi, senza disdegnare un giretto in collina.

L'esterno del filatoio

Il Filatoio è stato costruito tra il 1676 e il 1678 dal conte Galleani (e infatti a volte lo trovate indicato come Filatoio Galleani). Già Emanuele Filiberto, Duca di Savoia, molti anni prima, aveva capito l'importanza della gelsicoltura, favorendo quindi tutte le attività che portarono all'impianto di molti filatoi.
La maggior parte di essi ormai è distrutta o ha cambiato destinazione d'uso, ed ecco perchè quello di Caraglio è così importante: è il più antico setificio rimasto in Europa e uno dei pochi in Italia trasformato in sede museale. 

Vista del primo cortile dal balconcino.

La visita guidata permette di conoscere tutta la storia del complesso, dagli inizi fino ad oggi, passando ovviamente anche per i soliti periodi di degrado che accomunano un po' tutti gli edifici storici. 

Il complesso, costruito in pochi anni, ospitava tutta la filiera produttiva, dalla coltivazione dei gelsi, all'allevamento dei bachi da seta per poi arrivare alla lavorazione e al prodotto finito; si specializzò nella produzione dell'"organzino piemontese", un filato molto apprezzato in Francia.

Uno degli ambienti ricreati fedelmente



Non sto a raccontarvi tutta la storia per filo e per segno (anche perchè ve la racconterà una bravissima guida) ma chiaramente è comprensibile come la struttura desse lavoro a moltissime persone, dai coltivatori alle operaie, le quali svolgevano un lavoro molto duro e impegnativo. Nel complesso vi sono infatti anche edifici che erano stati destinati proprio alle lavoratrici, poi c'erano gli appartamenti padronali, la cappella eccetera.

Un altro ambiente di lavoro

La produzione termina nel 1936 e, dopo appunto periodi di abbandono e di utilizzo come caserma militare, si inizia finalmente il recupero. Grazie ad attenti studi storici, effettuati dal Prof. Flavio Crippa, il filatoio oggi presenta le riproduzioni dei vari macchinari che venivano utilizzati in passato, permettendo quindi al visitatore di poter vedere come funzionava il lavoro, osservandoli anche in azione.

Una delle torri esterne con l'opera di Jeremy Gobè

Ma non finisce qui. Il Filatoio è un vero e proprio centro culturale: ospita infatti, durante tutto l'anno, molte mostre, in genere sempre a tema tessile (in questo momento è visitabile la mostra "L'altra tela di Leonardo", per scoprire i macchinari da lui inventati) ma anche mostre fotografiche su temi locali o di importanza sociale. Tra l'altro queste mostre, in alcuni casi, permettono anche di entrare in sale ancora affrescate, o magari con camini, in modo da poter immaginare la vita di una volta. Vi consiglio quindi di tenere d'occhio il sito del Filatoio e i profili social, in modo da essere sempre aggiornati su tutto quanto viene organizzato. 

C'è poi un'opera fissa, molto colorata, la potete osservare già all'esterno, sulla torre di sinistra, poi anche nel primo cortile, sul muro di sinistra, e poi ancora, durante la visita, dentro una sala. Si, è sempre la stessa opera, realizzata con la lana su telai jacquard, che "corre" dentro e fuori l'edificio. E' dell'artista Jeremy Gobè e si intitola "La libertè guidant la laine", con chiaro riferimento all'opera di Delacroix "La Libertà che guida il popolo", diventata famosa come simbolo dei diritti dell'uomo. 

Questo perchè non è solo un tessuto di lana messo lì a casaccio, ma rappresenta il lavoro manuale del passato, che deve essere ricordato anche per creare le tradizioni del futuro. Il tessuto è sistemato in modo che dalle pareti emergono forme piene di vita, che evocano la forza e l'energia delle persone che svolgevano questo pesante lavoro.

Un suggestivo dettaglio dell'opera di Jeremy Gobè


Bene, ora che abbiamo scoperto il Filatoio possiamo andare a goderci un po' di tranquillità in collina, alla ricerca della panchina gigante. In auto, dal centro del paese, sulla strada che sale in Valle Grana, prendiamo a destra via Marconi e poi Via Santuario al Castello. In pochi tornanti si arriva a un bel Santuario, dove si può parcheggiare.

Il santuario Madonna del Castello

A due passi, nel bosco, troverete i ruderi del castello, con alcuni sentieri, mura sparse ecc. Non mi spiacerebbe saperne di più e scoprire com'era strutturato il castello ma non ho questa possibilità quindi mi limito a camminare immaginando che cosa potrebbe esserci sotto i miei piedi, sepolto sotto alla terra, di sicuro ci saranno stati saloni delle feste, sale d'armi eccetera. Il luogo è, per fortuna, ben tenuto, segno di attenzione verso il turista e, soprattutto, verso la storia di un luogo. Purtroppo non è così ovunque.

Sentieri nel bosco

Ruderi delle fortificazioni del castello

Doverosa una sosta sulla panchina gigante, molto colorata e situata in un contesto, a parer mio, non troppo panoramico, ma veramente molto tranquillo.

La panchina gigante

Il centro di Caraglio ha sicuramente altro da scoprire, quindi tornerò in futuro.