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lunedì 18 luglio 2022

PEVERAGNO

Peveragno, secondo me, è uno dei tanti paesi sottovalutati della nostra provincia. Molto conosciuta per la fragola, con tanto di sagra e miss, abbastanza conosciuta ormai per una delle famosissime panchine giganti che sbucano come funghi, ma quanti si sono soffermati sul centro storico? Io stessa ammetto di conoscerlo pochissimo e infatti, quando ci sono stata, sono rimasta stupefatta da quante particolarità ci fossero da vedere per vie e stradine del centro. Ma, come sempre, partiamo dall'inizio.

La chiesa di S. Giorgio, sulla collina

Peveragno è un bel paesino situato tra Cuneo e Mondovì, ai piedi del monte Bisalta. E' nominato per la prima volta nel 1299 nella forma di Piperanium, dalla famiglia morozzese dei Pipa, che dominava molti territori in zona. Ma la storia del luogo è molto più antica. Parte da un luogo che si chiamava Forfice, che era il primissimo insediamento del comune, situato verso l'attuale frazione Madonna dei Boschi. Ormai del borgo non rimane praticamente più nulla, anche se esiste ancora la chiesa di S. Pietro in Forfice; a un certo punto gli abitanti hanno deciso di trasferirsi nel nuovo borgo, che cresce e diventa l'attuale comune. 

Uno scorcio di via Giordana di Clans

Per visitare il paese io ho parcheggiato nella piazza principale, quella del comune, il cui nome ufficiale è Piazza Toselli, poi vi racconto chi è stato quest'uomo. A piedi attraversate Via Roma e infilatevi in Via Giordana di Clans, per immergervi subito nella parte più antica. Vi accoglierà un murales raffigurante una piantina del 1857, poi vedrete insegne dei negozi dipinte sui muri, meridiane e antiche botteghe. A un certo punto arriverete a un'antica casa medievale, con gli archi in mattoni e i portici bassi (ps. alzate gli occhi, guardate l'affresco di una principessa e continuate a leggere per scoprire chi era). E poi un piccolo pozzo, che veniva usato da tutti gli abitanti del borgo. Successivamente si trova la Confraternita, molto probabilmente progettata da Francesco Gallo di Mondovì e attualmente usata per mostre ed eventi. 

L'arco del ricetto

Si passa poi sotto l'antico arco del ricetto, l'unica porta di accesso al paese rimasta. Si intravedono ancora resti di affreschi con iscrizioni in latino, una delle quali risale ai tempi in cui Amedeo VIII di Savoia incorporò Peveragno nei suoi domini, nel 1419.

Piazza Carboneri

Oltre l'arco si trova Piazza Carboneri con una fontana (ne esisteva una già moltissimi anni fa anche se questa è più recente) e, in fondo, altri edifici porticati con murales che raccontano frammenti di storia locale.

La casa natale di Pietro Toselli

Proseguendo per via Abate si incontra, sulla sinistra, la casa natale di Pietro Toselli, maggiore caduto eroicamente all'Amba Alagi nel 1895 (il cui monumento, di Ximenes, si trova nella piazza in cui avete parcheggiato).

Stemma dei Campana, in piazza Santa Maria

Si arriva infine in Piazza Santa Maria, in cui conviene sostare un momento. Subito di fronte a voi c'è un'antica casa del XV secolo, con un piccolo portico che ora ospita un bar. Era casa Campana e, sul pilastro angolare in pietra, si notano ancora le effigi di un cavaliere e lo stemma della famiglia, con appunto raffigurate delle campane. In più potrete cercare una cosa che io ho scoperto esistere soltanto dopo essere stata in paese, e cioè un'effige sul pilastro di una casa raffigurante una forbice, ricordo dell'originario borgo di Forfice (chiamato così perchè situato alla biforcazione tra due vallette).

La statua di Vittorio Bersezio

Nella stessa piazza si trovano anche la chiesa di S. Maria del Paschero (dentro la quale si trovano una croce di marmo e una vasca battesimale provenienti dalla Certosa di Pesio) e, a lato, la statua di  Vittorio Bersezio. Commediografo, autore della commedia dialettale "Le miserie 'd Monsù Travet", è qui ricordato in quest'opera di Bistolfi.

Procedendo per via Marconi si arriva in Piazza XXX Martiri, che vuole ricordare 30 peveragnesi morti durante una rappresaglia nazista nel 1944. 

Murales in via Roma

La passeggiata prosegue lungo Via Roma, la via principale del paese, costellata di murales che ricordano le antiche botteghe del luogo e altre caratteristiche storiche che vi accompagnano fino al punto di partenza, Piazza Toselli. Se girate attorno all'edificio comunale vedrete, nel cortile retrostante lo stesso, un pezzo di muro: era parte della porta Pusterla, una delle porte di accesso al paese.

Resti di porta Pusterla

Come sempre, io vi ho dato delle indicazioni e non vi ho di certo raccontato tutto; ma sappiate che, passeggiando comodamente, potrete scoprire molto altro sul paese, grazie anche agli ottimi cartelli turistici sparsi ovunque, che non mancheranno di raccontarvi altre storie.

Terminata la visita al centro ci si può dirigere verso la collina di S. Giorgio (se volete c'è un parcheggio comodo davanti a un supermercato di un noto marchio). La camminata non è lunga e si arriva alla panchina gigante, una delle prime sorte in provincia e, mi pare, l'unica con una specie di meridiana solare raffigurata dietro la panchina, sul terreno. I raggi del sole passano attraverso un cuore intagliato sullo schienale della panchina e raggiungono il quadrante. Per saperne di più non vi resta che salire e leggere la spiegazione completa.

Il cuore della panchina gigante

Ma, la cosa che più mi ha sorpresa quando sono salita sulla collina, è un edificio che per me è stato assolutamente inaspettato, non avevo idea della sua esistenza. E' la cappella di San Giorgio, molto molto antica. Fu infatti, ben probabilmente, fatta costruita dai trasfughi di  Forfice che, arrivati nella nuova zona di residenza, volevano un edificio a protezione del nuovo borgo. Risale quindi circa al XII secolo. Al suo interno c'erano molti affreschi, raffiguranti San Giorgio che sconfigge il drago e libera la principessa. Parte dell'affresco è stata rubata a inizio degli anni '90 ma, vi ricordate l'affresco della principessa che vi ho nominato a inizio articolo? Proprio lei, era l'affresco della chiesa di S. Giorgio, riprodotto nel borgo antico grazie a un peveragnese.

La facciata della chiesa di S. Giorgio

La chiesa è anche conosciuta dagli amanti dell'archeo-astronomia in quanto, nel giorno del solstizio invernale, il sole illumina per due volte i dipinti attraverso le finestre. Ma non è tutto qui. E il campanile? Così "strano"? Non vogliamo parlarne? E proprio questo l'inaspettato che mi ha stupita così tanto: un campanile a forma di minareto (più unico che raro, penso, in provincia), in ricordo di Mario Lago, peveragnese Governatore di Rodi e del Peloponneso dal 1922 al 1936. Pensate che, nell'isola di Rodi, fu fondata una colonia chiamata Peveragno Rodio. Come dite? Ci volete andare? Beh, sappiate che la colonia ora è quasi tutta occupata da edifici militari, quindi non accessibile, ma alcune parti sono quanto meno avvicinabili, come la chiesa, mentre altre strutture agricole sono ora usate come punto vendita per prodotti locali. E' sempre curioso, per me, trovare corrispondenze cuneesi anche al di fuori dell'Italia.

Avete visto quante cose belle ci sono da scoprire in questo bel borgo? Mi raccomando visitatelo e fatemi sapere se vi è piaciuto come a me.

domenica 5 dicembre 2021

VILLANOVETTA E GRISELDA

Qualche articolo fa, quando vi ho parlato di Verzuolo, vi ho lasciati con il "mistero" riguardante Gualtieri e Griselda, a Villanovetta. E' arrivato il momento di parlare di questi due personaggi e di questa bella frazione di Verzuolo che, fino al 1928, era comune a sé stante.

Ci si arriva in auto superando il centro di Verzuolo e poi, all'altezza dell'ex mulino Fissore e Sandri, svoltando sulla destra, fino ad arrivare a un parcheggio, sulla sinistra, in piazza Schiffer.

Si viene accolti da alcuni pannelli artistici, con raffigurati un uomo e una donna in abiti medievali. Altri non sono che i nostri Gualtieri e Griselda, di cui ora andrò a parlarvi anche perchè, sicuramente, se avete visitato ad esempio Saluzzo, avrete notato che a loro sono intestate due vie, e così è anche a Villanovetta.

La storia di questi due personaggi ha del leggendario, anche se online si trova qualche informazione che lascia pensare che possano essere esistiti seriamente, anche se non in zona, dato che Gualtieri viene descritto come Marchese di Saluzzo ma, nella loro genealogia non ne appare nessuno con quel nome. Comunque sia, pare che Giovanni Boccaccio sentì questa storia e decise di riportarla nel suo "Decamerone", dedicandole l'ultima novella. La storia venne poi ripresa anche da Francesco Petrarca.

Per farla breve, Gualtieri era appunto un marchese che sceglie come moglie la povera contadina Griselda; la sottopone a svariate umiliazioni e prove disumane per verificare la sua fedeltà. Lei accetta di buon grado tutte queste sofferenze per poi, alla fine, risultarne vincente e diventare finalmente sposa e marchesa onorata e amata da tutti. Non mi soffermo troppo nei dettagli perchè il Decamerone è talmente conosciuto che è semplice trovare la novella per intero e leggersela con calma.

Questa storia è stata illustrata proprio in via Griselda, a Villanovetta, con stili e tecniche diversi da artisti provenienti da accademie torinesi e milanesi e dal settore pubblicitario. 

Il risultato sono una decina di pannelli che raccontano i passaggi chiave della storia, più altri riquadri che si soffermano su dettagli o personaggi. Questa iniziativa si chiama "Colori per Griselda", e risale ormai più di 20 anni fa. Se inizialmente ebbe un buon successo, con moltissime visite e anche rievocazioni storiche, ho notato che ultimamente non se ne parla più, e lo trovo un vero peccato, in quanto è una bella storia e anche un bel luogo da vedere, in tutta tranquillità, essendo anche al di fuori delle solite mete turistiche più conosciute. Ecco perchè ho deciso di parlarvene.

Via Griselda è la via principale del borgo, quella più antica, che una volta veniva chiamata "via maestra". Parte davanti alla chiesa (dedicata a S. Andrea) e si snoda parallela alla via più trafficata, risultando così molto silenziosa e adatta a immergersi nella storia. 

Lungo questa via, oltre ai suddetti pannelli, troverete anche affreschi murari a tema religioso, quelli che spesso si trovano nei borghi antichi, e anche l'edificio del vecchio comune (riconoscibile per il timpano con lo stemma del comune e, sulla facciata, la lapide dedicata ai caduti della prima guerra mondiale) e la tettoia del mercato coperto. Ora è tutto silenzioso e tranquillo ma riuscirete sicuramente, con un po' di fantasia, a entrare nell'atmosfera di quando questo luogo era vivo e percorso quotidianamente dai cittadini che andavano in municipio, che si fermavano un attimo a chiacchierare sotto l'ala, magari mentre aspettavano che gli artigiani itineranti, (come impagliatori di sedie, arrotini ecc.) aggiustassero i loro oggetti.

Una delle vie che partono da via Griselda, sulla sinistra, incrociandosi poi con via Drago (quella da cui siamo arrivati in auto), è Via Asilo Keller. Come mai un cognome così particolare da queste parti? Alberto Keller è stato il fondatore di una filanda che per moltissimi anni è stata importantissima in zona, perchè dava lavoro ad almeno 400 persone, fino all'incendio del 1905 che interruppe le attività. Il nome rimane, attualmente, nell'asilo, fondato sempre da Keller per i figli delle operaie e operativo ancora oggi come scuola paritaria. 

Vi racconto un aneddoto che mi ha sempre divertita molto: Guido Keller, nipote di Alberto, fu segretario d'azione di Gabriele D'Annunzio e amico di Marinetti e Fillia, famosi artisti futuristi. Il divertente è stato sapere che un bel giorno, nel 1920, lasciò cadere su Montecitorio, da un aereo, un "arnese di ferro smaltato", il più brutto e arrugginito che fosse riuscito a trovare (in pratica era un pitale), con delle rape legate al manico, in  segno di disprezzo verso il Governo. 

In fondo a questa via si notano quattro grossi torrioni cilindrici. Fanno parte della residenza estiva dei conti Cravetta di Savigliano, che una volta di torrioni ne aveva ben 8. Proprio in parte di questo edificio venne fondato l'asilo.

Recuperata l'auto si percorre Via Drago finchè si trova, sulla sinistra, una piccola cappella purtroppo in pessime condizioni. Era la chiesa, dedicata a S. Sebastiano, dell'antico cimitero (quello attuale è poco lontano); sicuramente molto antica, come dimostrano i particolari fregi in cotto di fine XV secolo, trovati nella cappella e ora murati sopra la porta laterale.

Si procede poi in direzione Costigliole per l'ultima tappa di questa gita. Immediatamente dietro a un famoso vivaio sorge la cappella della Madonna della Neve. Pur essendo passata in zona moltissime volte, non avevo idea dell'esistenza di un posto così interessante finchè non ho letto il libro, che vi consiglio, "Verzuolo di strada in piazza" di Piero Balbo.

La cappella è situata vicino alla linea ferroviaria, ormai utilizzata soltanto dalla cartiera locale, e quindi in zona molto tranquilla, con tanto di area picnic attrezzata. 

La chiesa esisteva già nel XIV secolo, diversa da come la vediamo oggi; la sua forma attuale risale infatti agli anni successivi alla prima guerra mondiale. Curioso sapere che in questa zona pare siano stati seppelliti i morti per la peste del 1630 e anche i caduti dello scontro di Papò, battaglia combattuta in questa zona nel 1712 tra francesi e sardo-austriaci, durante la guerra di successione spagnola.


Un'altra curiosità: il campanile è stato costruito soltanto nel 1934. Prima, per richiamare i fedeli, veniva suonata una conchiglia come fosse un corno. Pare sia una tradizione piemontese dell'Ottocento che io ho scoperto soltanto facendo ricerche per questo articolo.  Vi lascio il link alla Proloco di Villanovetta, così se volete potete approfondire la storia e l'arte del luogo.

Anche questa gita è terminata, spero di avervi incuriositi. C'è sempre da scoprire qualcosa di interessante, anche in luoghi che tutti noi consideriamo solo e sempre di passaggio per andare da altre parti, senza fermarci un attimo. E tenete conto che, come sempre, io vi scrivo alcune cose ma, se voi andrete a farvi una passeggiata, di sicuro scoprirete molto di più.

martedì 5 ottobre 2021

I "BABACIU" DI MONTEROSSO GRANA

 Della Valle Grana non avevo ancora avuto modo di parlarvi, se si esclude l'articolo su Caraglio, la cittadina all'imbocco della vallata. E' conosciuta sicuramente per il santuario di Castelmagno ma io voglio portarvi in un luogo meno famoso ma veramente molto suggestivo. Il paese si chiama Monterosso Grana e una delle sue frazioni, San Pietro, è abitata da personaggi d'altri tempi.

Dovete sapere che la piccola frazione è ormai quasi disabitata (ma l'edificio di un albergo lascia pensare che una volta invece fosse un luogo di villeggiatura molto frequentato) e gli abitanti rimasti hanno deciso, nel 2003, di creare un vero e proprio museo etnografico all'aperto, costruendo pupazzi di paglia e stoffa, abbigliati come a fine Ottocento. I pupazzi sono poi stati sistemati in giro per il paese, su balconi, sotto porticati, nei cortili e anche in alcune ambientazioni chiuse. Ma partiamo dall'inizio.


Il percorso inizia praticamente davanti alla chiesa di S. Pietro (che presenta un interessante fonte battesimale degli Zabreri, scalpellini della valle Maira molto attivi in tutte le nostre vallate), dove trovate la prima ambientazione, al fondo di un cortile (dove c'è anche un cesto bookcrossing, per lo scambio di libri): la stalla. Questo perchè una volta le famiglie usavano ritrovarsi la sera nelle stalle, ambienti riscaldati dagli animali, e si raccontavano storie, i giovani si potevano conoscere e incontrare sorvegliati dai genitori, prima di potersi fidanzare. 


Chiaramente non sto a raccontarvi tutti i vari personaggi perchè sono più di cento ma, proseguendo per le vie del paese troverete altre ambientazioni, come la cucina, il fornaio e il macellaio, la scuola. Ogni ambiente è ricco di ricordi ed emozioni e chi di voi ha più di 40 anni sicuramente ha ancora presente l'utilizzo di vari oggetti che vedrete in giro. Se invece siete con persone ancora più avanti nell'età (io sono andata con i miei genitori) sapranno raccontarvi l'uso, e magari anche i nomi in dialetto, di attrezzi che i più giovani non hanno mai visto prima. Oserei dire che tutto questo percorso richiederebbe un bel libro fotografico, proprio per spiegare anche ai più giovani com'era la vita di una volta.


L'ambiente che più mi ha emozionata è stato sicuramente la scuola, con tutti i libri antichi posti qua e là, i quaderni con gli esercizi, le cartine geografiche appese al muro ...

E non pensate che "visto una volta non ci vado più", perchè se ritornate a distanza di tempo, troverete differenze, personaggi diversi, che si sono spostati, che si sono inventati nuove vite e nuove storie da raccontarvi.

Ultima tappa artistica di questa piccola gita è la cappella cimiteriale di S. Sebastiano (cimitero del capoluogo, non di S. Pietro). A prima vista la chiesa non è niente di particolare, è piuttosto recente; questo perchè l'area affrescata si trova nella primitiva costruzione che, in origine, era aperta sui lati, in modo da offrire riparo a viaggiatori e pellegrini.  L'apertura è ricordata da una vetrata che, attualmente, vi lascia intravedere l'interno affrescato da Pietro di Saluzzo nel 1468. Gli affreschi raffigurano gli  Evangelisti, le sante Barbara, Chiara e Cristina, le storie del martirio di San Sebastiano ... Certo, gli affreschi sono tanti e se si ha il tempo sicuramente è una cosa valida andare a chiedere le chiavi per poter entrare e osservarli bene da vicino, ma la vetrata è comunque un'ottima cosa per farsi un'idea dal vivo di opere che spesso vediamo solo sui libri o sui depliant turistici.

Sempre in zona parte anche il sentiero dei sarvanot, che però io non ho fatto e del quale quindi non posso dirvi molto. So che circonda il paese, che è necessaria circa un'ora e mezza per percorrerlo tutto, quindi se vi va di camminare cercate le bacheche che vi spiegano il percorso e partite alla scoperta anche di questa bella iniziativa immersa nella natura.

lunedì 31 agosto 2020

ELVA

Elva è un fantastico borgo della Valle Maira, incastonato tra le montagne. In estate si raggiunge anche dalla Valle Varaita, attraverso il colle di Sampeyre ma la strada più comune è quella che sale verso Stroppo staccandosi dalla via principale per la Val Maira. Una volta esisteva anche un'altra strada, che saliva sempre dalla val Maira, era spettacolare, scavata totalmente nella roccia, strettissima e, a un certo punto, è diventata pericolosa, nel senso che si rischiava di trovarsi una bella pietra in testa e quindi è stata chiusa. Qualche temerario continua a percorrerla ma io non lo consiglio, se c'è un divieto è meglio rispettarlo.



Il nome Elva potrebbe derivare dagli Helvi, tribù che anticamente abitava questa zona. Il paese è situato a 1637 metri di altitudine, ormai è abitato da meno di cento persone, anche se consta ancora di una trentina di frazioni. 
Una piccola curiosità: si dice che, murato in una colonna della chiesa in frazione Gorra, ci sia il "libro del comando", cioè un libro magico che fu di proprietà di un prete locale. La leggenda vuole che un giorno qualcuno era riuscito ad aprirlo di nascosto dal sacerdote ma, non sapendolo usare, aveva scatenato il finimondo. Per fortuna il prete tornò e riuscì, leggendo le parole in modo corretto, a ripristinare la pace. Da allora il libro è stato murato proprio per evitare che qualcun altro lo usasse male.



La borgata principale è Serre, dove si trovano la chiesa e il museo dei capelli. Appena arrivati d'obbligo è un giretto tra le viuzze, a osservare le case, alcune molto antiche (notate le date incise sui muri, molte risalgono anche a fine Ottocento), le decorazioni tipicamente montane, con fiori piantati dentro scarpe vecchie e molti altri dettagli caratteristici.



La perla di Elva, forse di tutta la vallata e sicuramente anche uno dei monumenti più importanti di tutta la provincia è la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Vista da fuori magari può anche sembrare soltanto una classica chiesetta di montagna (risale al 1200), col portale decorato dalle "têtes coupées" (che si ritrovano spesso nelle vallate alpine, in particolar modo in valle Varaita) ma, una volta entrati, rimarrete senza fiato.



L'interno è totalmente decorato da Hans Clemer, non per niente denominato "Maestro d'Elva".  Clemer fu l'artista preferito del marchese Ludovico II, fu attivo nel saluzzese a fine 1400 e il suo stile pittorico ricorda le origini fiamminghe. La scena clou di tutta la chiesa è la crocifissione. Guardando le foto capirete perché, anche in questo caso, non sto a farvi la descrizione di tutti gli affreschi, le scene sono veramente moltissime. Vi potrà venire in aiuto l'app "Elva", scaricabile sul vostro telefono, e informazioni più dettagliate le trovate a questo link, ma c'è da dire che questa chiesa è talmente famosa che troverete approfondimenti anche su ogni libro o guida che parli della vallata, se preferite il cartaceo.



Rimarchevole, in chiesa, è anche l'acquasantiera in pietra dei fratelli Zabreri, famosissimi scalpellini locali, specializzati in fonti battesimali.


Di fianco alla chiesa c'è il cimitero che reca sulla porta il nodo di Salomone, uno dei più antichi e famosi simboli esoterici, che è diventato poi il simbolo di tutta la Val Maira su dépliant e pubblicazioni. In parole povere, il nodo rappresenta la via che deve percorrere un'iniziato per arrivare all'illuminazione. Lo trovate anche presso il lazzaretto in frazione Caudano di Stroppo, ma questa è un'altra storia.


Uno scorcio

Torniamo a noi, se prima avete fatto già un giretto avrete facilmente notato un'antica casa che ospita il Museo dei capelli. Tra il Settecento e l'Ottocento, gli abitanti di Elva intrapresero l'attività di "pellassier", cioè di commercianti di capelli, per integrare le loro entrate derivanti dall'agricoltura e dall'allevamento. I capelli venivano raccolti e poi venduti o scambiati nei vari mercati della provincia o della Francia. Il museo ricorda questa attività che fu molto importante per la comunità elvese.


Un vicolo del paese

Per il pranzo io consiglio la Locanda di San Pancrazio, sempre in borgata Serre, vicinissima al Municipio: la sala interna è vetrata, così da poter godere di un ottimo panorama sulla natura circostante. Anni fa avevo anche comprato da loro una birra artigianale alla patata di montagna, si chiama Bodi Beer. Non so se ora la vendano ancora ma, nel caso, prendetene una bottiglia, di sicuro è un prodotto originale.

Il portale della chiesa parrocchiale

Detto ciò si può riprendere la via del ritorno ma vi faccio ancora fermare una volta. Scendendo, nei pressi del colle (all'incirca dove c'è il locale "La sousto du col"), c'è un sentiero sulla destra. In un quarto d'ora circa a piedi arriverete alla chiesetta di S. Giovanni, particolare perché rotonda. Ci sono anche una piccola area attrezzata con tavolo, panche e fontana. 

La chiesa di S. Giovanni

Se proseguite ancora oltre arriverete alla famosa pietra sporgente, chiamata "fremo 'ncuncunà", cioè "donna accovacciata". Luogo di grande fascino, con un panorama stupendo e l'emozione di mettere i piedi su una pietra guardando il vuoto (ovviamente facendo attenzione!)

La "fremo 'ncuncunà"


L'escursione sarebbe finita ma vi lascio qualche indicazione di altri luoghi che potreste vedere qui in zona, sempre sulla stessa strada così, a vostro piacere, deciderete dove vorrete ancora fermarvi, anche in base al vostro tempo:
- borgata San Martino Superiore (io avevo fatto un giro veloce, è una borgata molto carina);
- santuario di Morinesio, in frazione Cucchiales
- chiesa di San Peyre di Stroppo (qui mi ero fermata, la chiesa è aperta raramente ma è uno luogo molto fotografato perché veramente scenografico. La chiesa risale al XII secolo ed è stata utilizzata fino al 1800. Sul portale c'è una data che viene interpretata in vari modi, 1092, 1292 o 1492, lasciando così indefinita la data di fondazione. A questo link scoprirete altro)
- lazzaretto in frazione Caudano di Stroppo (purtroppo non ci sono mai stata, ma è in lista delle cose da visitare. L'esterno comunque è sempre visibile, mentre l'interno è aperto anche questo raramente, bisogna tener d'occhio gli eventi della vallata).


Come sempre  vi lascio il link al sito turistico di Elva, così potrete approfondire.

martedì 11 agosto 2020

VERZUOLO: VILLA E ANTICA PARROCCHIALE SS. FILIPPO E GIACOMO

Molti di voi sicuramente sono già passati nel paese di Verzuolo: la Burgo, la piazza, il semaforo (o il contrario, se arrivate da Saluzzo) e fine, vero? Quanti di voi sanno che invece questo paese  ha un centro storico molto interessante da visitare? L'ideale per immergersi in epoche passate? Ecco, io quest'oggi vi voglio portare proprio qui: alla Villa, che non è una casa, ma significa che è il primo nucleo di abitazioni e attività sorto nei pressi del castello (che all'epoca era molto meno imponente di oggi).

L'ingresso del ricetto

Come arrivarci? Se arrivate da Saluzzo girate a destra al semaforo e salite in via Castello; potete parcheggiare in Piazza Buttini (o vicinanze), davanti alla Confraternita. Fino a una trentina di anni fa esisteva la Porta Capala, che segnava l'inizio del borgo. Ora purtroppo ne rimangono solo un paio di monconi ai lati della via (per capirci, dove termina l'asfalto e inizia la pavimentazione a cubetti). Un pannello vi ricorda comunque com'era fatta in passato.

Quel che rimane di Porta Capala

La Confraternita è settecentesca e al suo posto nel 1300 c'era un ospedale di carità; davanti, nell'angolo della via, trovate un piccolo edificio: è la cappella di San Rocco, purtroppo ora tutta murata e senza più decorazioni.

Cappella di S. Rocco

Continuando a salire vi verrà facile sentirvi pare di un'atmosfera di altri tempi, quando circolavano cavalli, carrozze, carretti, e inizierete pian piano a respirare la storia. 

Uno scorcio del centro storico

Prima la storia più recente, con la casa (a destra) in cui nacque nel 1802 il conte Giuseppe Siccardi, Ministro di Vittorio Emanuele II, per poi tornare indietro nel tempo, con case più antiche; alcune sembrano anche fatiscenti ma, con un po' di fantasia, avranno sicuramente qualcosa di bello da raccontarvi: magari un fregio di cotto (anche se interrotto da due balconi) del XV secolo (sempre a destra); oppure un bel dipinto sul muro, come l'edificio che ospitava la Casa Comunale (sulla sinistra): raffigura la Pietà e risale al 1422.

L'affresco sull'antica casa comunale.

Davanti all'antica Casa Comunale si trova la tettoia del mercato coperto: quella di adesso è recente ma, in passato, era stata Margherita de Foix a volere qui una tettoia, come luogo di ritrovo comunitario al centro di tutta la borgata.
Di fianco sale Via Santa Cristina: imboccatela, sulla sinistra troverete un altro dipinto su un muro e, in fondo, una casa ora ristrutturata ma di chiaro impianto gotico.

Casa gotica

Se volete avere uno scorcio molto interessante del castello vi consiglio di salire ancora un pochino e, sulla sinistra, vi si aprirà la vista del maniero, di cui vi parlo qui.

Tornate indietro e riprendete a salire, fino ad arrivare, sulla sinistra, all'antico ricetto con la parrocchiale dei Ss. Filippo e Giacomo. 

Il ricetto

Vi trovate davanti a un complesso di edifici di varie epoche e quindi con vari interventi che, secondo me, lo rendono ancora più affascinante anche se forse poco armonico alla vista: ce n'è per tutti i gusti, dall'XI al XVIII secolo.

Innanzitutto c'è la porta del ricetto (sovrastata dai ruderi della torre di guardia), ma dovete immaginare che nel Medioevo non era tutto qui, c'era anche il ponte levatoio col fossato. 
Oltrepassata la porta vi trovate sul sagrato della chiesa, con a destra il campanile e un cappella ottagonale e qui serve un altro sforzo di immaginazione: il muro di sinistra una volta non c'era, questo perchè la chiesa faceva parte appunto del ricetto, con case e altre costruzioni, che terminava su in alto, oltre la scarpata, con la rocca e quello che poi venne trasformato in castello. 

La cuspide a maioliche 

Il campanile è la parte più antica rimasta, uno dei pochi romanici che si trovano in provincia (un altro lo potete vedere sulla strada tra Revello e Envie, dove ci sono i ruderi della chiesa di S. Massimo). In questo caso troviamo una struttura a cinque piani, di cui il primo è il più antico, risale all'XI secolo, con una porta centinata; gli altri piani sono stati aggiunti successivamente e il quarto venne otturato nel 1581 per renderlo più stabile. La cuspide invece è stata aggiunta nel 1484 e presenta tessere maiolicate; anche in questo caso è uno dei pochi presenti in zona con queste caratteristiche (un altro è quello della chiesa di S. Bernardo a Saluzzo).

La cappella ottagonale invece è del Settecento: era una cappella funeraria sconsacrata dopo la cremazione dell'ultimo esponente della famiglia Boarelli (se il cognome vi ricorda qualcosa forse è perchè a questa famiglia appartenne Alessandra, la prima donna a salire sul Monviso, nel 1864).

La cappella ottagonale

La facciata della chiesa è molto articolata, perchè è stata modificata varie volte col passare del tempo: inizialmente era una chiesa a tre navate, poi è stata trasformata a una navata sola, con l'aggiunta, sulla facciata esterna, di archi per stabilizzare la struttura.
La piccola tettoia sulla facciata ha purtroppo rovinato la ghimberga, che ora si presenta infatti senza punta. 

La facciata della chiesa

Ai due lati del portale vi sono vari affreschi, tra cui quelli di S. Sebastiano e S. Barbara a destra (opera di Pietro da Saluzzo); una Deposizione a sinistra (datata 1472); sempre sulla sinistra  è murata anche una lapide tardo-romana.

L'interno della chiesa

All'interno numerosi sono gli affreschi degni di nota, a partire da quelli delle due cappelle laterali, i più antichi, per poi arrivare anche ad opere più recenti, come una tela di Jean Claret e la cappella dedicata alla Madonna del Rosario.



Interessanti sono anche il crocifisso appeso davanti all'altare e decorato anche nella parte posteriore, e il tabernacolo in pietra verde, del 1473 (se avete visitato la chiesa di S. Giovanni a Saluzzo e in particolare la cappella dei marchesi, ritroverete anche qui lo stesso stile gotico).

Il tabernacolo in pietra verde

Per ultimi ho lasciato gli affreschi più antichi, quelli che si trovano nella piccola cella sotto il campanile: sono di grande interesse perchè, come accennato prima, risalgono all'XI secolo e non se ne trovano quasi più (in provincia rimangono l'affresco di Sant'Ilario di Revello, ora a Casa Cavassa, la chiesa di San Salvatore di Macra, di cui vi ho parlato in passato, e pochi altri).

Dettagli degli affreschi dell'XI secolo

Questi affreschi sono stati scoperti nel 1969, purtroppo molto rovinati dall'umidità, e restaurati successivamente. La cella è totalmente affrescata anche se ora rimangono visibili poche scene riguardanti le Storie di S. Nicola. 

Vi ho solo accennato tutto quanto c'è da vedere, perchè a raccontarvi tutto si scriverebbe un libro; ma sappiate che l'"Associazione per la tutela del patrimonio culturale verzuolese" si occupa, tra l'altro, di effettuare visite guidate a questo splendido luogo. Vi lascio il loro sito, sul quale ovviamente troverete moltissime altre informazioni sulle loro attività e anche sui restauri che sono stati effettuati recentemente. 











mercoledì 5 agosto 2020

LA CERTOSA DELLA TRAPPA A BARGE

Oggi vi parlo della Certosa della Trappa, sul Montebracco, nel comune di Barge. Ci si arriva oltrepassando il comune in direzione Colletta di Paesana, per poi imboccare una strada in salita sulla sinistra. Dopo molti tornanti si arriva a 920 metri di altezza, su una balconata molto panoramica con vista sul Monviso (se avete fortuna).

Una visione d'insieme della Certosa

Qui sorge un antico complesso di edifici che un tempo erano religiosi anche se ora ci vuole uno sforzo di fantasia abbastanza accentuato per riuscire a immaginare come poteva essere questo luogo tra il 1200 e il 1700. Questo perchè, dal 1800 in poi, sono state effettuate varie modifiche agli edifici, molti dei quali ora sono stati adibiti a case vacanze. In questo periodo quindi troverete molte persone e anche cantieri. Però agosto è forse l'unico mese durante l'anno in cui la chiesa è aperta tutti i giorni, per cui bisogna approfittarne se si vuole vedere l'interno, che è l'unica parte che ci fa tornare un po' al passato.
Come sempre, se possibile, vi consiglio di andarci nei giorni infrasettimanali, di sicuro sarà un pochino più tranquillo che non nei weekend. Ma partiamo dall'inizio.

Il Monviso

Attorno al 1250 in questa zona esistevano ben tre chiese, una dedicata a S. Salvatore, una a S. Maria e una a S. Giacomo. Le prime due chiese dipendevano dai benedettini di Chateauroux per poi passare alle monache certosine del monastero di Belmonte di Busca. Più avanti cambiarono nuovamente proprietà finchè si trovarono sotto il controllo di Staffarda e vennero donate ai marchesi di Saluzzo, i quali decisero di insediarvi una comunità. Dopo la peste del 1630 i certosini rimasero in pochi e nel 1794 il re Vittorio Amedeo II vi insediò alcuni frati francesi provenienti dal convento de La Trappe, in Normandia. Rimasero per poco tempo in quanto Napoleone abolì tutti gli ordini religiosi e anche qui, come in molti altri luoghi, tutto l'insieme di costruzioni venne smantellato e adibito ad altre funzioni. Gli edifici erano molti perchè i monaci dovevano essere il più possibile indipendenti. 
Nel 1795 il convento fu visitato da Carlo Emanuele, principe di Piemonte (futuro Re Carlo Emanuele IV) e dalla moglie Clotilde per adempiere un voto.

La facciata della chiesa

Interessante ricordare che  il Mombracco è stato nominato da Leonardo, nel 1511, in alcuni suoi documenti che citano le famose cave di quarzite, tipiche di queste zone. Non per niente viene chiamato anche "Montagna di Leonardo" con tutta una rete di sentieri che lo attraversa. A questo proposito, se amate camminare, vi consiglio il libro di Matteo Bianco e Cristian Mustazzu "Le vie del Mombracco", edito da Fusta. E anche se non amate camminare ve lo consiglio lo stesso in quanto si trovano informazioni interessanti anche su questo complesso conventuale e su molte altre chiese, cappelle ed emergenze artistiche che si incontrano percorrendo i vari sentieri. E' un ottimo modo per approfondire la nostra cultura locale, anche se magari solo in modo teorico.

Le sculture in pietra locale vicino all'ingresso
del complesso.

Al complesso si accede tramite un antico portale (a fianco del quale trovate tre colonne di pietra locale sormontate da sculture costruite su bozzetti dell'artista Riccardo Cordero); superando i primi edifici adattati, come dicevamo prima, a case per vacanze, ci si trova davanti alla chiesa attuale.
La foto al portale io l'ho recuperata d'archivio, ancora in analogico, quindi perdonate la qualità; è stata scattata nel 2001; durante la mia visita recente non sono riuscita a scattarne una in quanto c'erano macchine  parcheggiate lì vicino.

L'arco di ingresso in una foto d'archivio

Intitolata a S. Maria, la chiesa si presenta in modo molto semplice, un'aula rettangolare alla quale si accede tramite un portico che collegava i vari edifici. Sotto al portico venivano anche rogati vari atti amministrativi e, in un angolo, è ancora presente un pozzo.

Il portico

L'abside è la parte più interessante dal punto di vista artistico, in quanto presenta diversi affreschi cinquecenteschi riportati da poco alla luce (sono ben conservati in quanto erano stati coperti, col tempo, da due strati, uno dei quali composto da malta e latte, applicato dopo la peste del 1630, per risanare l'edificio). 

L'abside affrescata

Vi sono raffigurati un'Annunciazione (un angelo, la Madonna incinta e una colomba). Nei due affreschi laterali sono raffigurati probabilmente San Bruno  di Colonia e Sant'Antelmo. L'autore è ignoto.  I vari personaggi hanno le tra le mani un libro: questo perchè i certosini erano esperti amanuensi e quindi sicuramente anche qui si prodigavano in questa attività. Fino al '500 in questa chiesa era conservata una delle Bibbie di San Tommaso, ora alla Biblioteca Nazionale di  Torino.

Affresco

Oltre alla chiesa è possibile affacciarsi dal belvedere, dietro la chiesa stessa, e avere un panorama spettacolare su tutta la pianura cuneese e scoprire che qui vi sono vigneti della ditta L'Autin, denominati proprio "La Vigna di Leonardo".

La vigna di Leonardo

Inoltre, dal parcheggio, vi consiglio anche di proseguire un pochino lungo il sentiero (con alle spalle la Locanda della Trappa, in cui potrete sostare per un pasto rigenerante) e avere una visuale diversa del complesso.



Come sempre vi lascio un paio di link per approfondire la conoscenza di questo luogo.