lunedì 21 agosto 2023

IL CASTELLO DI VERZUOLO

 C'è un castello, nel saluzzese, che sogno da 30 anni, cioè da quando, a scuola,  ho studiato il Marchesato di Saluzzo. E lo sogno perché è sempre stato lassù, sulla collina, ben nascosto tra il fogliame, impenetrabile e visibile solo da lontano. Non abitato, non visitabile, decadenza totale. Eppure, di grande importanza storica per il marchesato. Per fortuna le cose sono cambiate, di recente il castello è stato venduto e, in attesa della futura definitiva destinazione d'uso, è tornato visitabile. 

Sto parlando del castello di Verzuolo e, dal mio racconto, capirete come mai l'ho sognato per così tanto tempo. Ma, come sempre, partiamo dall'inizio. Vi avviso che sarà un viaggio lungo ma, secondo me, di grande fascino.

In un articolo passato vi avevo parlato del ricetto e dell'antica parrocchiale dei  Ss. Filippo e Giacomo (lo potete trovare cliccando qui). Ebbene, proprio da qui, un tempo, si trovava l'unico accesso al castello sulla collina, che non si presentava di certo come oggi. 

Prime notizie di un "castrum" si hanno dal 1087 e, nel 1142, il marchese di Saluzzo Manfredo I, vede la bellezza del borgo di Verzuolo, dei boschi pieni di selvaggina e decide di impadronirsi del castello, che venne però danneggiato la prima volta nel 1357. Pochi anni dopo il marchese Federico II decide di ricostruirlo.

All'epoca il suo scopo è ancora quello difensivo, quindi con pochissime finestre, torri, camminamento di ronda (protetto dalla classica merlatura "a coda di rondine").

Anche l'interno si presenta molto semplice, con cucine e prigioni al piano interrato, grossi stanzoni al piano terra in cui venivano alloggiati i militari e stanze al primo piano per la famiglia del signore del castello.

Una curiosità: all'epoca era stata innalzata anche una torre, detta di Santa Cristina, da cui si poteva comunicare, mediante segnali di fumo o luminosi, con gli altri castelli della zona (Manta, Saluzzo e Revello, quest'ultimo l'unico che non poteva comunicare direttamente con gli altri, da qui l'esigenza di una torre). Questo ci fa capire come il maniero di Verzuolo fosse stato costruito in modo strategico e visibile da tutta la zona.

Il castello, per ben tre secoli, viene definito imprendibile, in quanto resiste agli assedi di Carlo I di Savoia e di Giovanni Ludovico di Saluzzo, che avevano tentato di riconquistarlo dai francesi.

A partire dal XV secolo inizia una graduale trasformazione, come in molti altri castelli del saluzzese, con cambio di destinazione d'uso, da difensiva ad abitativa. 

Dopo varie vicissitudini si hanno ristrutturazioni molto importanti che lo porteranno a essere definito "la più bella e imponente fortezza del marchesato dopo Revello". La fortezza di Revello non esiste più, ed ecco un motivo per cui è importante invece portare avanti la memoria del castello di Verzuolo.


Queste ristrutturazioni le dobbiamo a Michele Antonio Saluzzo della Manta (di cui rimane il monogramma su un camino al piano superiore) e, soprattutto, al conte Silvestro della Manta, che lo abitò dal 1602 e che lo modificò completamente, facendolo diventare definitivamente luogo di villeggiatura per lui e i suoi discendenti. Di quest'epoca si hanno notizie di tre fontane di marmo bianco, fabbricati di servizio, il casotto del giardiniere e si ha il secondo ingresso, quello da cui si entra attualmente. Vengono costruite la "torre del belvedere" oggi non più esistente, dalla quale si poteva ammirare tutto il panorama dalle Alpi alla pianura cuneese e la "torre di Valfrigida" affacciata ancora oggi sull'omonima valle a nord della struttura e all'interno della quale vi erano due cappelle, una superiore di uso esclusivo dei signori e una inferiore, per il resto degli abitanti del castello.

Le grandi stanze interne vengono suddivise in più ambienti (e i militari spostati dal piano terra al sottotetto), abbellite e decorate.

L'ultima cucina utilizzata del castello

I giardini avevano alberi di agrumi, c'erano la citroniera, un pergolato, il forno, il pozzo (esistente ancora oggi), la colombaia, la ghiacciaia, un'asparagiaia, una carciofaia e l'orto. C'erano molti vigneti, e il vino prodotto al piano interrato del castello era molto conosciuto e richiesto anche dal fossanese. Grazie agli studi ampelografici di Giuseppe di  Rovasenda, che aveva collezionato un numero enorme di vitigni, sappiamo che a Verzuolo venivano prodotti il Neretto e il Pignolo.

Non so voi ma io riesco, con un po' di fantasia, a immaginare la vita all'epoca, i contadini che lavorano, i signori che passeggiano nei giardini col sottofondo dell'acqua che esce dalle fontane. Vedo un castello magnifico e molto ricco.

Nel 1606 Verzuolo ospita il duca di Savoia Carlo Emanuele I e anche questo ci fa capire l'importanza del luogo. Della sua visita rimane la lastra di marmo sullo scalone principale.

Lo scalone principale

Grazie alle incisioni di Gonin e alle descrizioni dell'Eandi sappiamo che, nell'Ottocento, il castello era immerso nella vegetazione, vi erano un orologio sulla torre di levante, ritratti sulle pareti degli abitanti del castello nella storia, vari tesori d'arte, come dipinti, arredi ecc. Persino un autore tedesco realizzò un disegno a inchiostro del castello, quindi immaginate la fama che poteva avere nell'Ottocento, se addirittura arrivavano dall'estero per ritrarlo.

Il salone al piano terra

L'Ottocento è il secolo del neogotico, come si può capire ancora oggi dalle decorazioni su pareti e soffitti di varie stanze; nel castello poi vi sono letti con baldacchini di velluto (uno ancora visibile adesso in una stanza al piano superiore, probabilmente troppo grosso per essere portato via), dipinti (oggi ne rimangono alcuni, molto deteriorati), arazzi, armature, armi. Vi era conservato addirittura il Collare dell'Annunziata, donato nel 1638 da Madama Cristina a Michele Antonio di Manta (ora nel museo di Postdam. Chissà poi perché lì, io l'avrei visto bene in un museo piemontese).

Il castello viene visitato da studiosi, soci del circolo degli artisti di Torino, nobili, reali: qui vi soggiornò infatti nel 1831 la regina Maria Teresa, vedova di Vittorio Emanuele I, che voleva addirittura comprarlo, ma purtroppo muore l'anno successivo. Nel 1920 il castello accoglie il principe di Piemonte Umberto II. 


A fine 1800 il castello è stato studiato da  Riccardo Brayda e, soprattutto, da Alfredo D'Andrade, che avete sicuramente sentito nominare riguardo alla progettazione del Borgo Medievale di Torino. E proprio uno degli edifici del borgo, la torre d'Alba, si presenta, per forma e decorazione, come una torre del castello di Verzuolo. Anche la tettoia mercatale e una chiesa del paese sono state prese a esempio per il borgo medievale. 

Nella seconda metà dell'Ottocento il castello veniva utilizzato come luogo di villeggiatura occasionale e presentava già segni di decadimento. A inizio Novecento vengono vendute quasi tutte le opere d'arte e gli arredi, compresi fontana e cancello in ferro battuto, soprattutto negli Stati Uniti. Si ha notizia di un catalogo d'asta con numerosi oggetti indicati come provenienti da Verzuolo, anche se non ci sono fonti certe.


Nel 1916 crolla la torre di ponente, e il materiale viene recuperato per costruire il muraglione che chiude il cortile della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo. Nel 1838 vengono demoliti la torre del belvedere e varie altre parti dell'edificio, perché pericolanti. Vengono ancora effettuati lavori di consolidamento ma l'edificio viene abbandonato e lasciato incustodito.

Tornando ai proprietari, con l'estinzione del casato di  Saluzzo della Manta e di Verzuolo il castello passa, per testamento dell'ultimo esponente, nel 1840 circa, alla famiglia Mola di Larissè, loro cugini. Una loro figlia sposa il conte Barbiellini Amidei, famiglia che ha mantenuto la proprietà fino al 2022, quando è stato venduto a un imprenditore lombardo che opera nel settore immobiliare.

E proprio grazie a lui, l'imprenditore Graziano Rustico, nonchè alla Pro Loco di Verzuolo e agli architetti che stanno curando l'edificio, possiamo di nuovo visitarne una parte.

Quando l'ho scoperto ho prenotato immediatamente e sono arrivata sul posto super emozionata, anche se non credevo che ci sarebbe stato così tanto da visitare all'interno. 

Dopo il viale alberato e la casetta del custode si passa sull'antico ponte levatoio e si arriva nello spiazzo di fronte al castello, col pozzo.  Si entra poi al piano terra, dove si visitano il salone principale, alcune camere e una cucina. Si sale poi al piano superiore, tramite la bellissima scala di cui mi sono subito innamorata e di nuovo mi sembrava di vedere le nobili percorrerla con i loro voluminosi abiti d'epoca, un sogno. Si visitano poi altre stanze, di cui una con un favoloso letto a baldacchino d'epoca, da restaurare, il che lo rende ancora più originale e magico. Tra camini di marmo con iscrizioni e decorazioni, affreschi neogotici sui soffitti, arredi di vario genere (pochi ma interessanti) la visita scorre in un lampo, anche grazie alle ottime spiegazioni  delle guide.

Dettaglio di un camino

Come sempre ho provato a rileggere questo articolo come se fossi una semplice lettrice del blog e, anche se è molto lungo, io l'ho trovato "corto", nel senso che a ogni paragrafo mi veniva da dire "ma io voglio saperne di più". Ovviamente su un blog non si può scrivere tutto quanto si vorrebbe, altrimenti diventerebbe un libro (e, a proposito, chissà se in futuro il castello di Verzuolo diventerà anche un libro, sarebbe stupendo), ma ho trovato fonti inestimabili di informazioni, sia cartacee sia digitali. Una fonte che chiunque può consultare per scoprire tutto, ma proprio tutto, sul castello è la tesi di laurea di tre architetti, Gerardo Bonito, Alex Barbero e Fabio Calosso.  A questo link  trovate la tesi, fidatevi, vi si aprirà un mondo, se anche voi come me, avete letto questo articolo con la voglia di sapere e di vedere altro, in quanto nella tesi vi sono anche immagini sia dei giorni nostri (anche dei locali non visitabili), sia le riproduzioni d'epoca, litografie, incisioni, cartoline. 

Altra fonte importante, per reperire notizie sul castello e su tutto il circondario, è il libro "Il marchesato di Saluzzo tra Gotico e Rinascimento", di Silvia Beltramo, Viella edizioni. 

Attualmente il castello non è sempre visitabile, bisogna tenere quindi d'occhio il sito della Proloco per rimanere aggiornati sulle prossime occasioni.


venerdì 7 luglio 2023

DUE CASTELLI NEL ROERO

Questa volta vi voglio parlare di due castelli nel Roero, non lontani da Alba. Uno è molto, molto conosciuto, l'altro molto, molto poco. Vi parlerò di Govone e Magliano Alfieri.

Partirei proprio da quest'ultimo paese, il cui castello svetta sulla collina a sinistra quando si transita sulla strada che da Alba si dirige verso Asti. Un bel giorno mi ritrovo con del tempo libero, vedo il castello e mi chiedo subito se è visitabile. Una rapida ricerca online mi fa scoprire che, al suo interno, ci sono il "Museo di  Arti e Tradizioni Popolari" e il Museo "Teatro del Paesaggio delle colline di Langa e Roero". Provvedo subito a raggiungerlo.

Ma prima due parole sul paesino. Comodo parcheggio e si è subito davanti al castello, con di fianco un bel parco all'ombra. Poco dopo ci si trova sul sagrato della Parrocchiale di  Sant'Andrea, che si affaccia sul belvedere, un panorama spettacolare, da non perdere. Anche qui una piccola zona verde, con una "casetta" per il bookcrossing del progetto "Leggere ovunque". 

La casetta del bookcrossing

Ma arriviamo al castello: di origine medievale, è stato ricostruito dal conte Catalano Alfieri (famiglia a cui appartiene dal 1240) nel Seicento. Modificato successivamente, attualmente si presenta nello stile barocco piemontese. Sul lato est del castello si può visitare la cappella gentilizia della famiglia Alfieri, in stile "barocchetto". 

Salendo lo scalone interno si raggiungono i musei di cui vi parlavo prima. Mi sono sembrati poco frequentati ma, secondo me, sono comunque da vedere (tra l'altro sono anche in Abbonamento Musei) perchè raccontano la vita della zona, con esposizione di attrezzi d'epoca, con stanze dedicate ai vari aspetti: la casa, la religione, l'allevamento, l'agricoltura, i vigneti ecc, con contributi che fanno capire le modifiche che sono state fatte al territorio nel corso dei decenni. Una parte molto interessante è quella sui soffitti in gesso, magnifiche decorazioni ritrovate, inizialmente per caso, in umili case contadine.

Un interno del castello

Se volete più informazioni sul castello potete cliccare qui.

E dal lato contadino del territorio passiamo invece al lato nobile: andiamo a Govone. Paese conosciuto ormai per la famosissima manifestazione natalizia, è dominato dal castello reale, residenza estiva di Carlo Felice di Savoia. Dal 1997 patrimonio Unesco, il castello è molto più antico, già in epoca medievale c'era qui una fortezza, chiaramente rimaneggiata col tempo, come succede un po' ovunque. I proprietari di allora, i conti Solaro, chiesero a Guarino Guarini di ampliarlo e abbellirlo, ma i lavori verranno terminati da Benedetto Alfieri, nel XVIII secolo. Divenne proprietà dei Savoia nel 1792, mentre da inizio Novecento è del Comune, che lo rese anche scuola (come si può notare da alcuni "graffiti" dei bambini sui muri) e luogo di comunità per i cittadini.


Chiaramente spiegare qui tutto il castello sarebbe troppo lungo, sappiate che da visitare ce n'è, immergendosi nell'atmosfera bucolica della vita di villeggiatura, affacciandosi dalle finestre per ammirare il verde o i tetti del paese. 

Il paese visto dal castello

Dai telamoni che vi danno il benvenuto ai lati dell'entrata principale (e che arrivano dalla reggia di Venaria) si procede poi verso gli appartamenti del re Carlo Felice e quelli della regina Maria Cristina di Borbone, raffigurati anche in vari ritratti. Altri quadri invece rappresentano i precedenti proprietari. 


Di grande effetto sono le decorazioni in carta da parati cinese degli appartamenti dei principi della corte in visita. Presenti in varie residenze reali, secondo il gusto dell'epoca, qua si presentano veramente in abbondanza: sono quattro cicli riguardanti porcellana, thè, riso e seta; moltissimi sono i personaggi e i particolari da osservare in questa zona del castello.

Le stanze cinesi

Si arriva poi al salone d'onore, che è l'ultimo locale che si visita, per concludere in bellezza. Affrescato totalmente a trompe l'oeil propone finte architetture che danno l'impressione di essere in mezzo a sculture e colonne. Il tema raffigurato è il mito di Niobe che Carlo Felice, da uomo di cultura qual'era, aveva visto a Firenze ai tempi del suo fidanzamento. 

Il salone d'onore

Una curiosità, in questo castello è stato registrato, pochi anni fa, il reality "Come una volta", in cui giovani ragazzi e ragazze venivano catapultati nel 1800, vivendo come all'epoca. Purtroppo in tv non ha avuto il successo meritato, il pubblico italiano è interessato ad altri generi di reality, ma il poco che si è visto è stato comunque molto interessante e rappresentativo dell'epoca.

Nel castello vengono poi organizzate anche mostre ed eventi di vario genere. 

Se volete maggiori informazioni sul castello cliccate qui, e vi si aprirà un mondo.



martedì 11 aprile 2023

MURELLO E I TEMPLARI

Essendo appassionata di tutto quanto riguarda la provincia di Cuneo, tempo fa sono incappata anche nei templari, in particolare col libro "I templari in Piemonte", di Massimo Centini. Su questo libro sono elencate le varie strutture che esistevano in tutta la regione: alcune non esistono più, altre sono state trasformate col tempo. Con sorpresa ne ho trovate diverse nella mia provincia. Uno di questi luoghi è Murello, un piccolo comune non lontano da Savigliano, poco conosciuto e sicuramente tranquillo. Come dico spesso, magari non partite appositamente per andarlo a visitare (anche perchè nessun edificio di cui vi parlerò è visitabile internamente, a eccezione della chiesa, se la trovate aperta) ma, se siete in zona, vale sicuramente la pena di fermarsi una mezzoretta.

La chiesa e il castello

Come detto poco fa è un luogo molto tranquillo, e lo era anche nel Medioevo, quando era sotto il controllo dei Marchesi di Busca, i quali cedettero, nel 1211, parte dei diritti all'Ordine dei Cavalieri del Tempio, i quali fecero erigere il castello. Occorre un po' di immaginazione, per vederlo com'era all'epoca, inizialmente una sola torre, poi ampliato nel tempo, con tanto di fossato, ponte levatoio e feritoie.

Il castello

Quando i Templari hanno iniziato a essere perseguitati un po' ovunque, Murello era talmente isolato e ben protetto dai Marchesi di Busca che i Cavalieri hanno potuto continuare a svolgere le loro attività senza problemi, in piena libertà, tra l'altro bonificando la zona, acquitrinosa, e rendendo così fertili i terreni.

Nel 1312, soppressi i Templari, il castello passa all'Ordine Gerosolimitano, fino al 1789, anno in cui passa al demanio. Dal 1871 diventa canonica e abitazione del parroco, funzione che svolge ancora oggi. Sul muro della scuola, di fianco al castello, vi è un murales raffigurante un gigantesco templare, che aiuta a far viaggiare la mente a quei tempi.

Il castello si trova di fianco alla chiesa, e si nota subito che i due edifici facevano parte di un complesso recintato che comprendeva anche cimitero, pozzo e commenda agricola. Il tutto adiacente ad altri edifici, oggi non più presenti, affacciati sul canale: mulino, segheria, mattatoio e ghiacciaia (nell'area attualmente occupata dal Comune).

La chiesa di San Giovanni Battista, originaria del  Trecento/Quattrocento è stata completamente rimaneggiata negli anni '30 in stile neogotico. Si intravede ancora sulla facciata un grande affresco praticamente del tutto deteriorato, come su molte altre chiese della provincia.

I templari appaiono anche sullo stemma del Comune, conferito nel 2003 dal Presidente della Repubblica, e costituito dalla torre templare e dalla croce dell'Ordine di Malta, ricordando quindi i due ordini che hanno rappresentato il paese nel corso dei secoli.

Ma a Murello c'è anche un'altro edificio curioso: una casa colonica di fine 800 tutta affrescata con motivo kilt scozzese. Sicuramente più unico che raro da trovare. Era la casa di campagna della famiglia Calandra, conosciuta soprattutto per Davide, scultore (da vedere la Gipsoteca a Savigliano, a lui dedicata) ma a cui appartennero anche altri personaggi importanti. 

La casa colonica, residenza estiva dei Calandra

Il padre di Davide, Claudio, fu infatti avvocato, ingegnere e sindaco di Murello (nel 1864) ed Edoardo, l'altro figlio, fu uno scrittore e pittore molto conosciuto ai suoi tempi. Tra le opere si trova il romanzo "La bufera", ambientato proprio a Murello e dintorni. Non resta che cercarlo e leggerlo, per conoscere meglio questo angolo di saviglianese. La loro abitazione attualmente si presenta come una casa popolare, quindi chiaramente non visitabile ma con la solita fantasia che occorre avere quando si visita un luogo, è facile immaginare la famiglia, con i loro abiti del tempo, seduta magari in giardino, a godersi il fresco all'ombra degli alberi.

Ma non è tutto qui. Non lontano dal centro di Murello si trova il castello di Bonavalle, totalmente in rovina ma, anche solo passando per la strada principale, si fa comunque notare, quindi vale la pena di spendere due parole. Ci si può innanzitutto avvicinare un po' con l'auto, arrivandoci molto vicino, al limite dell'azienda agricola che lo "contiene".

Sì, perchè questo castello è proprio nato con funzione difensiva di un feudo agricolo, nel 1200 circa. Persa poi questa funzione, è stato trasformato in residenza estiva dei proprietari, che sono cambiati nel tempo, anche se la famiglia che più ha avuto interesse nell'edificio è stata quella dei Turinetti. E proprio il Tenente Colonnello d'Artiglieria Demetrio Curzio Emanuele Turinetti, nel 1849, decise di vivere in questo luogo (è stato l'unico a farlo), per dedicarsi all'agricoltura e rendendo quindi nuovamente operativo il castello come azienda agricola. La tenuta fu poi venduta al pittore  Augusto Levis, il quale lo lasciò in eredità al comune di Racconigi, con il volere che fosse trasformato in ospedale. Il suo volere non venne realizzato ma una casa di riposo a suo nome è stata costruita a Racconigi.

L'edificio si presenta attualmente ancora con le torrette angolari, diverse tra loro, quindi risalenti a diverse epoche, e una facciata con un orologio. Una leggenda racconta dell'esistenza di un percorso sotterraneo che che lo collega col castello templare in centro paese. 

Pur essendo attualmente ridotto allo stato di rudere esiste un sito internet (lo trovate qui) contenente moltissime informazioni e immagini del castello (compresa un'immagine del Gonin, del 1854, in cui appare splendido).

Visto come anche un piccolo comune può avere molto da scoprire?

domenica 18 dicembre 2022

LEONARDO E UN'OMBRA, TRA SALUZZO E REVELLO

Qualche tempo fa avevo scritto un articolo un po' diverso dal solito. Ero partita da un romanzo, ambientato in parte a Saluzzo, per arrivare a visitare alcuni luoghi del centro storico in cui i protagonisti si trovavano a passare. 
Voglio provare a rifare qualcosa di simile, anche se stavolta non si tratta di un romanzo, ma di ben due saggi riguardanti Saluzzo e dintorni. 
Chi abita in zona ed è un minimo interessato alla storia del luogo ha già di sicuro letto molto, i testi non mancano di certo, tra libri di storia, di arte, guide turistiche. Eppure c'è sempre qualcosa di nuovo da imparare e su cui riflettere. Ed è quello che ha fatto Franco Giletta, professore, artista, scrittore e profondo conoscitore del territorio in cui vive (e non solo). 
I due libri di cui vi ho parlato si intitolano "La tavolozza di Leonardo" e "L'ombra della Torre di Saluzzo", entrambi editi da Fusta. Sono scritti in modo semplice, comprensibile anche a chi non è tanto pratico dell'argomento, e questo è un grande valore aggiunto. La lettura di questi libri può portare tutti a visitare Saluzzo e dintorni con occhi diversi.


Ma entriamo nel vivo dell'argomento. Un po' tutti abbiamo sentito parlare del famoso scritto di Leonardo in cui vengono nominati il Mombracco, la certosa e una tavoletta di pietra che gli è stata donata dall'amico scultore Benedetto Briosco. Tavoletta che, dal 1511 (data dello scritto), Leonardo utilizzerà per i colori dei suoi lavori.

La certosa di cui si parla nel suo scritto è quella della Trappa, ne avevo già parlato in un articolo precedente (lo trovate qui). E la nomina in modo talmente preciso che viene da pensare che il grande Leonardo sia stato nelle nostre zone (la Trappa non è certo Staffarda, conosciuta anche fuori Piemonte, eppure lui la cita come se la conoscesse bene), anche se non abbiamo documenti certi al riguardo. 
Quello che il libro di  Giletta ci fa notare è che, in un modo o in un altro, Leonardo "spunta" qua e là nel Marchesato. Vediamo dove.

La certosa della Trappa, Barge

Leonardo avrebbe potuto ad esempio visitare Staffarda; non era soltanto un pittore ma anche ingegnere e avrebbe potuto essere incuriosito dai lavori di bonifica attorno all'abbazia, all'interno della quale erano poi presenti ben due dipinti di un allievo di Leonardo, il  Giampietrino, ora custoditi a Torino. 

Rimanendo a Revello possiamo (e dobbiamo) senz'altro visitare la Cappella Marchionale, all'interno del palazzo che fu residenza estiva della marchesa Margherita de Foix, donna di grandissima cultura che conobbe anche il famosissimo Cenacolo di Leonardo. E, guarda caso, nella cappella revellese si trova una delle prime otto copie più importanti dell'Ultima Cena. E non è tutto: se osserviamo bene gli apostoli revellesi ci sembrerà di essere osservati. Uno di loro infatti, a differenza di tutti gli altri, guarda verso lo spettatore, e la sua figura si presenta con una lunga barba e lunghi capelli bianchi. E, come se non bastasse, è anche mancino, come Leonardo. Chiaramente non è lui l'autore di questo cenacolo, ma chi ha dipinto potrebbe aver voluto omaggiare il Genio, scomparso nel 1519, l'anno in cui l'affresco è stato concluso. 

La cappella marchionale. Revello

Spostiamoci a Saluzzo, davanti al Duomo, e osserviamo la facciata. Sui lati del portone principale vi sono due statue in terracotta, opera della scuola di Briosco (vi ricordate? L'amico di Leonardo). Guardiamo bene quella di destra, che raffigura San Paolo. Non è forse nuovamente un uomo con lunghi capelli e barba? Franco Giletta ha accostato il viso di questa statua con l'autoritratto di Leonardo (che, vi ricordo, si trova a Torino presso la Biblioteca Reale, e a volte viene esposto, segnatelo tra le cose da vedere, se non l'avete ancora fatto). Cosa ne è uscito? Lo si vede già sulla copertina del libro, sembrano la stessa persona, le due parti del viso combaciano in modo straordinario. Sapete a che anno risale questa terracotta? Al 1511, proprio l'anno dello scritto di Leonardo da cui siamo partiti. Potrebbe quindi essere il suo primo ritratto scultoreo, ci pensate? A Saluzzo. C'è di che essere meravigliati, senza dubbio.

Il portale del Duomo di  Saluzzo

Il secondo libro di Giletta "L'ombra della Torre di Saluzzo", ci porta invece nel centro storico, tra la chiesa di San Giovanni e la Torre Civica. 
Un po' tutti siamo abituati a viaggiare per turismo durante la bella stagione, il tepore, le giornate lunghe, molta luce. Sì, certo, ma che ne dite di fare un giro nel centro storico di Saluzzo tra il solstizio d'inverno (il 21 dicembre) e l'Epifania? Come dite? Fa freddo? Fa niente, voi andateci lo stesso, di mattina, all'incirca verso le 11, in un bel giorno soleggiato, col cielo limpido. Anzi, andate un po' prima delle 11, sistematevi nella piazzetta antistante la chiesa, o anche all'incrocio tra Salita al Castello e via S. Giovanni. Ora guardate attentamente il campanile della chiesa. Vedrete salire l'ombra della torre civica, poco alla volta, fino a sovrapporsi esattamente sul campanile. Altra meraviglia, scoperta per caso da Giletta qualche anno fa e poi studiata nei dettagli.
Il potere temporale del marchesato, rappresentato dalla torre civica, sembra abbracciare il potere spirituale in una maniera unica; questo perchè i due edifici sono sfalsati di 45° e l'ombra risulta quindi tridimensionale. E, se scattate una foto, provate a volgerla in negativo: l'effetto è ancora più straordinario, l'ombra della torre sembra quasi una struttura interna al campanile. L'evento si ripete da oltre 500 anni ma non è mai stato notato finora proprio perchè dura pochissimo, succede soltanto una volta l'anno e si vede solo dal punto che vi ho descritto prima.

L'ombra della Torre civica sul campanile
di San Giovanni

Il libro riflette su questo evento, simile ad altri in Italia e nel mondo ma non solo, ci sono approfondimenti su altri edifici del luogo, che dovete visitare sicuramente, come Casa Cavassa, il museo civico saluzzese o l'interno della stessa chiesa di S. Giovanni (in cui ci sono collegamenti anche col primo libro di cui vi ho parlato). Ed è anche possibile salire sulla Torre Civica, per avere una visuale più ampia non solo del centro storico ma anche della pianura. Come sempre nei miei articoli non sto a farvi la storia e la descrizione di ogni edificio,   perchè sono molto conosciuti ed esistono numerose pubblicazioni al riguardo, ma ho voluto darvi nuovi spunti di visita.

Concludo con una curiosità. Prima vi ho parlato di Margherita de Foix e Revello. La marchesa era francese ed è sepolta a Castres. Non lontano da Castres c'è un paese che si chiama Revel. E, se adesso cercate di raggiungere Castres in auto, le mappe di internet vi fanno passare dal Colle della Maddalena. Scendendo in Francia, poco dopo Barcellonette, troverete un altro comune che si chiama Méolans-Revel. Coincidenze? Chissà ...

Il palazzo marchionale di Revello con,
a destra, la torre in cui si trova la cappella.

Non vi resta che leggere i due libri e visitare Saluzzo e dintorni, oppure, se ci siete già stati, tornare a visitarla soffermandovi su aspetti che, a prima vista, passano inosservati, pur essendo davanti ai nostri occhi, e invece sono importanti per approfondire la conoscenza del luogo in cui ci troviamo.

domenica 6 novembre 2022

TRACCE DI NOBILTA' (E NON SOLO) IN VALLE GRANA

La Valgrana è una vallata molto conosciuta soprattutto per Castelmagno (santuario e formaggio), per la sua bellissima natura, che si può esplorare su vari sentieri in tutto il territorio. Io vi avevo già parlato dei pupazzi della frazione S. Pietro di Monterosso (qui il link all'articolo), che vogliono ricordare la vita di un tempo della zona.

L'ospizio della Trinità di  Valgrana

Come sempre, voglio invece farvi scoprire un altro lato della vallata, quello un po' più nascosto e, in questo caso, nobile, con l'aggiunta di qualche chiesetta o edificio poco conosciuto ma molto interessante. Sì perché nei vari comuni sono presenti anche alcuni castelli, in quanto la vallata era feudo dei marchesi di Saluzzo e veniva amministrata da un ramo collaterale degli stessi marchesi, i Monterosso di Valgrana, nati da Eustachio, figlio di Tommaso II di Saluzzo.

Ma partiamo dall'inizio. Il primo paese che si incontra salendo da Caraglio è VALGRANA. Nel centro della località si trova il palazzo dei conti, risalente al XVII secolo, riconoscibile dallo stemma sulla facciata. Pare che all'interno presenti ancora soffitti affrescati e varie decorazioni, ma purtroppo, come spesso succede, non è visitabile.

Lo stemma sulla facciata del palazzo
del conte di Valgrana

Sulla stessa strada del palazzo, ma dal lato opposto, si incontra presto un arco di pietra; lo si oltrepassa e si scopre un edificio non nobile ma comunque rimarchevole. Si tratta dell'Ospizio della Trinità, uno dei pochi edifici rimasti in provincia, che ricordano la loro funzione di ospitalità e assistenza medievale. Si tratta di una casetta su due piani con, al piano terreno, la cucina e al piano superiore le camere (anche questo non è visitabile). Sulla facciata vi sono affreschi attribuiti ai fratelli Biazaci di Busca, databili tra il 1455 e il 1470, raffiguranti la Vergine col Bambino in Trono. La Trinità è rappresentata come tre figure maschili che emergono dal medesimo corpo.

L'ospizio della Trinità

Ritornando in paese, dopo una breve tappa sotto la tettoia davanti al municipio, dove si trovano una postazione di bookcrossing, una fontana sempre utile per rinfrancarsi e un paio di opere d'arte appese al muro, si può ancora osservare, sulla facciata laterale dell'Albergo del Viale, vicino al parcheggio principale, un affresco  del XVIII secolo raffigurante la Sindone. Una breve deviazione in auto sulla strada che sale a Montemale vi porterà invece alla cappella dei Santi Bernardo e Mauro, situata all'incrocio su diverse vie. Decorata da Pietro da Saluzzo, presenta affreschi in buone condizioni raffigurati la Madonna in Trono, gli Evangelisti e l'Annunciazione.

La cappella di S. Bernardo e Mauro

Tornati sulla strada principale della vallata si sale a MONTEROSSO GRANA. Lasciata l'auto nei pressi del comune (davanti al quale troverete una panchina con un cuore rosso, per scattare una foto ricordo tra innamorati), si prende la via che porta verso la collina e qui sembra subito di entrare in un'altra epoca. Dopo uno spiazzo con antichi edifici e varie decorazioni che sembrano opere d'arte, si trova il ponte a un'arcata. L'occhio va subito al castello, oltre il fiume, ma anche alla torre sulla collina. Essendo abituata che in genere sulle colline ci sono i ruderi dei castelli, ho sempre pensato che questo discorso valesse anche in questo caso. E invece ho dovuto ricredermi e scoprire come stanno realmente le cose.

La torre sulla collina

La torre è in realtà quel che rimane di un'antica fortificazione del IX-X secolo, mentre il castello è l'edificio più in basso, con tanto di merli, arco, portale in legno ecc. E' stato costruito tra il XIV e il XV secolo sui resti di un edificio più antico dal marchese di Saluzzo Federico il quale lo infeuda, come vi ho raccontato all'inizio, ai Monterosso di Valgrana.

Il castello oltre il fiume

L'edificio è diventato una dimora signorile nel XVII secolo e, come sempre, purtroppo, non è visitabile, in quanto di proprietà privata. Però ci si può arrivare davanti, perché l'arco di accesso è comunale e riporta ancora, oltre a uno stemma, un vago cenno di pittura nella parte interna; era un affresco di Giors Boneto di Paesana, ormai quasi totalmente scomparso.

Una particolarità è data dal campanile che si trova lì vicino al castello, dato che presenta un muro che lascia pensare a un ulteriore edificio. Si tratta infatti del campanile della chiesa di  S. Giuseppe, abbattuta negli anni '50 perché pericolante.

Ultimo paese della vallata che presenta un castello antico è PRADLEVES. Lo si trova all'imbocco del paese, ora trasformato in albergo e quindi sicuramente trasformato rispetto all'originale; ricorda comunque un passato nobile e risale al XIII secolo.

Con queste poche informazioni spero comunque di avervi dato una nuova visuale della vallata e di avervi invogliato ad andare a ricercare anche la storia dei luoghi, oltre che la natura. 

venerdì 26 agosto 2022

UNA CERTOSA E UNA PANCHINA

Questa volta vi porto in Valle Pesio, molto conosciuta per sentieri e particolarità in ambito natura, ma anche per la Certosa di Pesio, un complesso ricco di arte e di storia nonché, ovviamente, di spiritualità. Ma non solo, andremo molto più indietro nel tempo, fino all'età del bronzo, per poi fare una bella pausa su una panchina gigante. Partiamo subito.

Vi avevo già parlato dei monaci certosini nell'articolo riguardante il castello di Casotto, sempre nel monregalese (qui l'articolo) e in quello relativo alla Trappa di Barge (se volete rileggerlo o se ve lo siete perso cliccate qui). La certosa di Chiusa Pesio (il comune che la ospita) è stata fondata nel 1173, anche se i monaci erano presenti in zona già prima, presso l'attuale Correria, sul lato opposto rispetto all'attuale complesso. La Correria diventerà poi la sede dei monaci Conversi e i certosini si trasferiranno nel nuovo edificio. Raccontare qui tutta la storia della Certosa è impossibile, come sempre ne uscirebbe un libro. Basti sapere che, come spesso accade, da un piccolo nucleo col passar del tempo il complesso si ingrandisce, si modifica e, in questo caso, viene poi ridisegnato alla metà del '600 dall'architetto di Casa Savoia Giovenale Boetto.

Uno scorcio del chiostro della certosa

Nel 1802 tutti gli ordini religiosi vengono soppressi dal Governo Napoleonico e la maggior parte di beni, arredi e opere vengono dispersi. Molti arredi e oggetti li possiamo ancora oggi ritrovare in zona, come  ad esempio nella chiesa di Lurisia (gli stalli del coro), nel museo di Vicoforte (un leggio e un reliquiario), nella chiesa di S. Maria di Peveragno (un crocifisso e una vasca battesimale, ve ne avevo parlato qui), eccetera.

Il soffitto affrescato della chiesa più recente

Se il complesso di Casotto è stato trasformato in residenza estiva per i reali sabaudi, la Certosa di Pesio invece è diventata uno stabilimento idroterapico, frequentato dalla nobiltà di tutta Europa, tra cui alcune principesse sabaude, Camillo Benso conte di Cavour e Stendhal. Pensate che vi si potevano ospitare fino a 150 persone. Con la prima guerra mondiale anche lo stabilimento chiuse e rimane in stato di semi abbandono fino al 1934, quando arrivarono i Padri della Consolata che la riportarono in vita, rendendola visitabile tutt'oggi.

La chiesa primitiva della certosa

Attualmente è possibile visitare:
  1. - la sala capitolare
  2. - la chiesa duecentesca, molto essenziale
  3. - un piccolo lapidario, sotto il portico della chiesa antica
  4. - la chiesa nuova, costruita nel 1500 sopra quella antica. Colpisce molto per il fatto che le pareti sono spoglie, mentre la volta è completamente decorata. Gli affreschi sono di Giovanni Claret e risalgono al 1600.
  5. - parte del chiostro ottocentesco, non completamente accessibile in quanto utilizzato anche dalla Casa di Spiritualità che organizza incontri ed eventi religiosi.
  6. - lo scalone monumentale del 1700, di Giovenale Boetto
  7. - in fondo allo scalone a destra si trova l'affresco del 500, staccato da una parete del mulino del monastero e raffigurante la Madonna della Misericordia con i lembi del manto tenuti sollevati da San Giovanni Battista e San Brunone (il fondatore dell'ordine certosino).
  8. nel parco è presente uno degli alberi monumentali del Piemonte, un pino strobo di 200 anni, col fusto di 6 metri di circonferenza e alto circa 50 metri. Pensate che io l'avevo visto da piccola, quando avevo visitato la Certosa in gita scolastica, e non l'ho mai dimenticato. E' veramente maestoso.
Queste le cose principali da vedere ma, come dico sempre io, c'è molto di più e lo scoprirete sul posto, in questo luogo di pace, arte e storia, anche grazie ai cartelli che vi accompagneranno durante la visita.


Lungo la discesa della vallata consiglio anche uno sguardo alla facciata dell'antico mulino, con un dipinto sulla facciata. Si trova sulla destra, subito prima del parcheggio che invece è a sinistra.

Il mulino

La tappa successiva è il piazzale davanti all'antica chiesa di S. Anna, che troverete sulla destra. Parcheggiato qui ci si incammina dal lato opposto, su un sentiero in leggera salita. Si arriva in pochissimo tempo all'Archeopark la Roccarina. In questo luogo è stato ricostruito il settore artigianale risalente all'età del bronzo finale (XII secolo a.C.). Questa era una zona abitata già all'epoca e qui sono stati trovati molti reperti, ora custoditi al Museo Avena, in paese, e quindi la ricostruzione è quanto mai utile per capire come lavorassero e come vivessero all'epoca. Ci sono vari cartelli che vi spiegheranno nei dettagli le varie attività, dalla metallurgia alla lavorazione di argilla e ceramica, fino ad arrivare anche alla cava di calce, molto più recente. I monaci certosini avevano già tentato di crearne una, ma è dal 1890 al 1973 che si ebbe il picco di produzione. 

Un'ambientazione dell'archeopark

Costeggiando l'archeopark si prosegue lungo il bel sentiero nel verde e, arrivati nei pressi di un piccolo pilone votivo, la strada si biforca. Tenendo la destra si arriva, in una decina di minuti nel bosco, alla Grangia del Castellar. Le grange erano gli edifici che servivano ai monaci per organizzare il lavoro agricolo nelle varie aree di loro competenza. Ora il nucleo è in rovina ma si può ancora vedere la disposizione dei vari locali, nonchè il pozzo, sul prato antistante. Essendo il luogo panoramico è stato qui costruito un belvedere, con panchine e postazioni da cui potete ammirare il verde della valle ma anche il paese, addirittura con i ruderi del castello di Chiusa Pesio sul lato opposto della collina.

La Grangia del Castellar

Tornando al bivio di cui  parlavo prima si procede in direzione opposta a quella da cui si è arrivati e, in poco, si arriva a una delle ormai famosissime panchine giganti. Qui finalmente ci si può riposare e magari iniziare a pensare a possibili gite future in zona.


Come sempre spero di avervi incuriositi e vi lascio il link della Certosa e quello delle Aree Protette Alpi Marittime, sul quale potrete rimanere aggiornati anche sugli eventi che si organizzano all'Archeopark, e anche scoprire molte  altre informazioni sulla zona.

lunedì 18 luglio 2022

PEVERAGNO

Peveragno, secondo me, è uno dei tanti paesi sottovalutati della nostra provincia. Molto conosciuta per la fragola, con tanto di sagra e miss, abbastanza conosciuta ormai per una delle famosissime panchine giganti che sbucano come funghi, ma quanti si sono soffermati sul centro storico? Io stessa ammetto di conoscerlo pochissimo e infatti, quando ci sono stata, sono rimasta stupefatta da quante particolarità ci fossero da vedere per vie e stradine del centro. Ma, come sempre, partiamo dall'inizio.

La chiesa di S. Giorgio, sulla collina

Peveragno è un bel paesino situato tra Cuneo e Mondovì, ai piedi del monte Bisalta. E' nominato per la prima volta nel 1299 nella forma di Piperanium, dalla famiglia morozzese dei Pipa, che dominava molti territori in zona. Ma la storia del luogo è molto più antica. Parte da un luogo che si chiamava Forfice, che era il primissimo insediamento del comune, situato verso l'attuale frazione Madonna dei Boschi. Ormai del borgo non rimane praticamente più nulla, anche se esiste ancora la chiesa di S. Pietro in Forfice; a un certo punto gli abitanti hanno deciso di trasferirsi nel nuovo borgo, che cresce e diventa l'attuale comune. 

Uno scorcio di via Giordana di Clans

Per visitare il paese io ho parcheggiato nella piazza principale, quella del comune, il cui nome ufficiale è Piazza Toselli, poi vi racconto chi è stato quest'uomo. A piedi attraversate Via Roma e infilatevi in Via Giordana di Clans, per immergervi subito nella parte più antica. Vi accoglierà un murales raffigurante una piantina del 1857, poi vedrete insegne dei negozi dipinte sui muri, meridiane e antiche botteghe. A un certo punto arriverete a un'antica casa medievale, con gli archi in mattoni e i portici bassi (ps. alzate gli occhi, guardate l'affresco di una principessa e continuate a leggere per scoprire chi era). E poi un piccolo pozzo, che veniva usato da tutti gli abitanti del borgo. Successivamente si trova la Confraternita, molto probabilmente progettata da Francesco Gallo di Mondovì e attualmente usata per mostre ed eventi. 

L'arco del ricetto

Si passa poi sotto l'antico arco del ricetto, l'unica porta di accesso al paese rimasta. Si intravedono ancora resti di affreschi con iscrizioni in latino, una delle quali risale ai tempi in cui Amedeo VIII di Savoia incorporò Peveragno nei suoi domini, nel 1419.

Piazza Carboneri

Oltre l'arco si trova Piazza Carboneri con una fontana (ne esisteva una già moltissimi anni fa anche se questa è più recente) e, in fondo, altri edifici porticati con murales che raccontano frammenti di storia locale.

La casa natale di Pietro Toselli

Proseguendo per via Abate si incontra, sulla sinistra, la casa natale di Pietro Toselli, maggiore caduto eroicamente all'Amba Alagi nel 1895 (il cui monumento, di Ximenes, si trova nella piazza in cui avete parcheggiato).

Stemma dei Campana, in piazza Santa Maria

Si arriva infine in Piazza Santa Maria, in cui conviene sostare un momento. Subito di fronte a voi c'è un'antica casa del XV secolo, con un piccolo portico che ora ospita un bar. Era casa Campana e, sul pilastro angolare in pietra, si notano ancora le effigi di un cavaliere e lo stemma della famiglia, con appunto raffigurate delle campane. In più potrete cercare una cosa che io ho scoperto esistere soltanto dopo essere stata in paese, e cioè un'effige sul pilastro di una casa raffigurante una forbice, ricordo dell'originario borgo di Forfice (chiamato così perchè situato alla biforcazione tra due vallette).

La statua di Vittorio Bersezio

Nella stessa piazza si trovano anche la chiesa di S. Maria del Paschero (dentro la quale si trovano una croce di marmo e una vasca battesimale provenienti dalla Certosa di Pesio) e, a lato, la statua di  Vittorio Bersezio. Commediografo, autore della commedia dialettale "Le miserie 'd Monsù Travet", è qui ricordato in quest'opera di Bistolfi.

Procedendo per via Marconi si arriva in Piazza XXX Martiri, che vuole ricordare 30 peveragnesi morti durante una rappresaglia nazista nel 1944. 

Murales in via Roma

La passeggiata prosegue lungo Via Roma, la via principale del paese, costellata di murales che ricordano le antiche botteghe del luogo e altre caratteristiche storiche che vi accompagnano fino al punto di partenza, Piazza Toselli. Se girate attorno all'edificio comunale vedrete, nel cortile retrostante lo stesso, un pezzo di muro: era parte della porta Pusterla, una delle porte di accesso al paese.

Resti di porta Pusterla

Come sempre, io vi ho dato delle indicazioni e non vi ho di certo raccontato tutto; ma sappiate che, passeggiando comodamente, potrete scoprire molto altro sul paese, grazie anche agli ottimi cartelli turistici sparsi ovunque, che non mancheranno di raccontarvi altre storie.

Terminata la visita al centro ci si può dirigere verso la collina di S. Giorgio (se volete c'è un parcheggio comodo davanti a un supermercato di un noto marchio). La camminata non è lunga e si arriva alla panchina gigante, una delle prime sorte in provincia e, mi pare, l'unica con una specie di meridiana solare raffigurata dietro la panchina, sul terreno. I raggi del sole passano attraverso un cuore intagliato sullo schienale della panchina e raggiungono il quadrante. Per saperne di più non vi resta che salire e leggere la spiegazione completa.

Il cuore della panchina gigante

Ma, la cosa che più mi ha sorpresa quando sono salita sulla collina, è un edificio che per me è stato assolutamente inaspettato, non avevo idea della sua esistenza. E' la cappella di San Giorgio, molto molto antica. Fu infatti, ben probabilmente, fatta costruita dai trasfughi di  Forfice che, arrivati nella nuova zona di residenza, volevano un edificio a protezione del nuovo borgo. Risale quindi circa al XII secolo. Al suo interno c'erano molti affreschi, raffiguranti San Giorgio che sconfigge il drago e libera la principessa. Parte dell'affresco è stata rubata a inizio degli anni '90 ma, vi ricordate l'affresco della principessa che vi ho nominato a inizio articolo? Proprio lei, era l'affresco della chiesa di S. Giorgio, riprodotto nel borgo antico grazie a un peveragnese.

La facciata della chiesa di S. Giorgio

La chiesa è anche conosciuta dagli amanti dell'archeo-astronomia in quanto, nel giorno del solstizio invernale, il sole illumina per due volte i dipinti attraverso le finestre. Ma non è tutto qui. E il campanile? Così "strano"? Non vogliamo parlarne? E proprio questo l'inaspettato che mi ha stupita così tanto: un campanile a forma di minareto (più unico che raro, penso, in provincia), in ricordo di Mario Lago, peveragnese Governatore di Rodi e del Peloponneso dal 1922 al 1936. Pensate che, nell'isola di Rodi, fu fondata una colonia chiamata Peveragno Rodio. Come dite? Ci volete andare? Beh, sappiate che la colonia ora è quasi tutta occupata da edifici militari, quindi non accessibile, ma alcune parti sono quanto meno avvicinabili, come la chiesa, mentre altre strutture agricole sono ora usate come punto vendita per prodotti locali. E' sempre curioso, per me, trovare corrispondenze cuneesi anche al di fuori dell'Italia.

Avete visto quante cose belle ci sono da scoprire in questo bel borgo? Mi raccomando visitatelo e fatemi sapere se vi è piaciuto come a me.